Tre bottiglie

di Fabio Rizzari

Il mio amico Maurizio se n’è andato a fine novembre per complicazioni causate dall’orribile virus. Ci conoscevamo fin dai banchi del ginnasio, eccetera, ma l’ultima cosa che voglio è dipingere un santino edificante del caro estinto.
Non ce n’è bisogno: Maurizio era davvero una persona straordinaria. Non devo fare alcuno sforzo retorico per infiocchettare il passato o cucirgli addosso una divisa piena di decorazioni.

“Tarderà molto a nascere, se nasce, un romano così puro, così ricco di bontà (…) e ricordo una brezza triste tra i pini di Corso Trieste”, nelle parole del poeta Federico Gabriele Loro.

Maurizio non era un grande bevitore di vino e credo che preferisse la birra. Pure io in media preferisco la birra. Per avere lo stesso godimento fisico del tracannamento di una bella birra ghiacciata, lo stesso piacere tattile/sgargarozzante/dissetante devo avvicinare bottiglie di vino venti, trenta, quaranta volte più costose.
Ma questo l’ho già scritto.

Avvegnaché poco interessato al vino, Maurizio aveva una piccola cantina. Emanuela, la moglie (non uso il termine vedova perché mi irrita sempre, tranne quando si tratta della vedova Clicquot), mi ha condotto nello scantinato di casa, dove ho trovato decine di bottiglie degne di rispetto, a cominciare da una limitata ma agguerrita raccolta di Champagne.

“Prendi pure qualche bottiglia”, mi ha detto con gentilezza. Ho pescato quasi a caso tre bottiglie, uno Chablis, un Chianti Classico e un Solopaca.

Senza controllare “professionalmente” e pensando a tutt’altro, mi era sembrato che lo Chablis fosse ormai un reperto archeologico, con un’etichetta pressoché ignota:

Chablis 1er Cru 2000
Côte de Léchet

Tornato a casa mi sono detto: “ha più di vent’anni, è di un cru e di un produttore che non conosco, sarà andato, apriamolo”. Scrutando meglio, ho letto in piccolo un nome che suona meno remoto: J. Dauvissat. A quanto ho ricostruito non però il famoso Vincent Dauvissat, ma Jean. Forse non sono nemmeno parenti.

Nel bicchiere non un fuoriclasse, nessun prodigio. Però un bianco dritto, robusto, minerale come da contratto territoriale, ancora fresco al gusto; scrupolosamente nocciolato, come da contratto territoriale, nel finale. Tutto come da contratto territoriale. Mancava l’intensificazione del sapore tipica del grande Chablis nei pochi attimi che precedono il commiato dal cavo orale, ma non c’erano tracce di ossidazione: nessuna stanchezza, nessun tono “autunnale”.

Un vino buono. Degli altri due vini, un vecchio Chianti Classico Castello di Monsanto e un vecchio Solopaca di devo vedere chi, scriverò forse in futuro.

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