Il Chiaretto barbagliante

Su astuta segnalazione di Carlo Macchi pubblichiamo una pagina degustativa di rara pregnanza scritta da Giorgio Marchetti, uno dei numi tutelari degli alterati (cfr Il Nuovissimo Borzacchini poco più sotto).

La scena è bucolica, un signore in pieno ottocento sta facendo il “Tour” italiano e capita nella cantina di un castello. Il villico gli fa assaggiare un vino ed egli lo descrive così.

“Egli, il chiaretto, si rivelò, al colore, pudibondo e nuvoloso, ma contemporaneamente barbagliante d’un rubinaccio spento, quasi pennellato di terrose riminiscenze, ricordando certi trebbianelli ambiziosi o i sangiovesi adulti da salotto.

Ma al gusto fu la vera sorpresa: squadrato e sentenzioso negli avancorpi, fu subito dopo ruspigno e cipollato nel centro destra, mentre l’ala sinistra scivolava ampollosamente sugli strascichi gargamellosi e dorotei dei lambruschini claudicanti dell’Oltrepò Pavese; il bouquet spingeva dapprima con insistenza sul fragolato pesto, ammiccando però alle vaniglie zebrate e ai pistacchi esotici, mentre la coda si impennava orgogliosamente sulla papillazione di mentuccia fungata e di vaghe tisane del sottobosco friulano dalle parti di Cividale.

Non v’era traccia e non me ne dolsi, di retrogusto, se non a fiocchetti spenti di sparagio salvatico, qua e là punzonati di asciutto rigno di muflone d’Abruzzo.

Il corpo, magniloquente e pomposo, aggrediva poi il palato con fare sprezzante ed ortogonale, aggallando nella faringe a piccole e frequenti bolle chiacchierine, senza peraltro obliterare l’ugola, anzi molcendola come rorido, tiepido pelo di nutria.

Frusco, ben pasturato e solenne nelle intenzioni, il vino risultò altresì leggermente gianduiato nella maturazione, reclamando ancora un poco di riposo, forse ad acquisire vieppiù rango e stoffa, senza però pretendere il decoro marchionale dei fratelli maggiori: il Succhiasassi Tartufato nature di Roccapregna del Vulture ed il leggendario Zoccolato rosè dei Conti Cucchiaioni Papera di Poggio Merdoso.”

“Il Nuovissimo Galateo del Borzacchini”, Giorgio Marchetti, ed. Ponte alle Grazie

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12 commenti to “Il Chiaretto barbagliante”

  1. Inarrivabile.

  2. Notevole esempio di stile maronita, direi, purtroppo banalizzato da un retrogusto fantozziano già molto visto.

    • Questione di punti di vista: lo stile maronita questi squarci di luce se li sogna, anche se ammetto che gli esiti sull’umore possano essere paragonabili; non rintraccio invece alcun retrogusto fantozziano: devi esserti svegliato con la bocca un po’ impastata (forse troppo vino ieri sera)

  3. Mah, come definiresti ” il leggendario Zoccolato rosè dei Conti Cucchiaioni Papera di Poggio Merdoso”? Al naso è il cugino del frizzantino della Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare.

    • In effetti in quel particolare passaggio le reminiscenze ci sono, hai ragione… dipende fin dove allora si risale per li rami dei “prestiti” letterari: Villaggio, su espressioni simili, è debitore di almeno un paio di autori più antichi (Carlo Dossi, per essemplo)

  4. Siamo come nani sulle spalle di giganti, ma il Dossi mi mancava.

  5. Ma la foto del carro matto della Rufina c’entra qualcosa oppure è un omaggio a Carlo Macchi?

  6. Lo stile maronita se lo sogna di assurgere a siffatti livelli di eloquio

  7. Ringrazio per l’omaggio di maggio ma non essendo rufiniota bensì poggibonsese (se vi pare poco..) forse era più consono un mobilino da ingresso o, venendo al presente, un camper. Vorrei però intervenire a difesa del Marchetti che è stato inavvertitamente avvicinato da Stefano a Fantozzi. AH dolore! Ah lui tapino! La basilare differenza tra la frase citata del Marchetti e le pur buone affermazioni del Fantozzi (che non credo ci legga in copia) è che la frase del Marchetti assume valore ribaltatorio-carnacialesco mentre quella del fantozzi è solo un attributo cognomico anche se carino. Mi spiego. Durante tutto il pezzo la degustazione si svolge su toni volutamente aulici dove lo sberleffo sta proprio nella ridondanza di questi toni rispetto al costrutto. Alla fine invece, come in un carnevale ove il ricco diventa povero e viceversa, l’ulteriore sberleffo del Marchetti sta nello scendere più che nel trivio, nel quadrivio, utilizzando un linguaggio pesantemente volgare che, nel suo rovesciare completamente ed inaspettatamente i modi del parlare crea frizzante scompiglio nel lettore. Un po’ come se ora, dove aver dottamente discettato io dicessi “Stefano! Non c’hai capito una sega!”

  8. Concedo volentieri a Stefano, vecchio commilitone con cui ho difeso arditamente
    il suolo patrio, l’onore delle armi, e già che ci siamo anche dei bagagli.

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