Borgogna: 2009 o 2010?

di Giancarlo Marino

Chiunque abbia una certa anzianità di servizio, sa perfettamente che la valutazione di una annata nelle prime fasi della sua evoluzione è faccenda delicata. Capita sovente, infatti, che una annata reputata grande si riveli con il tempo assai meno grande di quanto si era supposto, così come una annata “piccola” riveli con il tempo pregi insospettati. La Borgogna non è esente da simili accadimenti, anzi.

Limitando il discorso ai rossi di questa zona, è noto agli appassionati che l’annata 1990 venne decantata, tra squilli di tromba, come una delle migliori dell’ultimo mezzo secolo: a distanza di oltre venti anni si è costatato, con tutte le doverose e immancabili eccezioni del caso, che non è tutto oro quello che luccicava: molti vini peccano oggi di equilibrio e mostrano segni di prematura o comunque infelice evoluzione. D’altra parte, dallo scrigno di annate considerate all’inizio inferiori alla 1990 possono saltar fuori, oggi, autentiche gemme (è il caso della 1991), belle addormentate nel bosco (leggi annata 1993 che, dopo 20 anni di sonno profondo, si sveglia in tutto il suo fascino al bacio del principe azzurro che ha saputo pazientare), piccoli ma insospettabili vini di grazia e trasparenza (1992 e 1994). Allo stesso modo si potrebbe dire del 1996, probabilmente sopravvalutato a suo tempo e che, oggi, mostra durezze (in tannino ma anche e soprattutto in acidità) cui il tempo potrebbe non riuscire a porvi rimedio. Anche qui le eccezioni non mancano e vengono in mente vini sontuosi ed equilibrati come Chambertin di Rousseau e La Tache DRC (tanto per spruzzare sul foglio un pizzico di snobismo).

È esattamente per questi motivi che, parlando delle annate più recenti, sarebbe preferibile limitarsi a impressioni ”di massima” evitando sentenze definitive che correrebbero il rischio, con il tempo, di essere clamorosamente smentite nel merito.
Ma la domanda arriva ugualmente, inesorabile: com’è stata l’annata 2009? È migliore o peggiore dell’annata 2010? Qualche dato oggettivo può aiutare a chiarire le idee e a lanciarsi, magari evitando vaticini degni del Divino Othelma, nella previsione di possibili scenari futuri.

2009
Alcuni la considerano, generalizzando eccessivamente, una annata “calda”. In realtà le temperature furono solo di poco superiori alla media (nulla a che vedere con la 2003, per intendersi), mentre furono nettamente superiori alla media le ore di luce. Le uve, caratterizzate da diffuso millerandage, hanno raggiunto una perfetta maturità fenolica. Decisiva è stata la scelta della data di vendemmia: chi ha optato per una raccolta leggermente anticipata ha mantenuto un buon grado di acidità e di equilibrio, chi ha atteso troppo ha raccolto uva ai limiti, a volte oltre, della surmaturità, perdendo in primo luogo in freschezza e purezza. Il raccolto è stato abbondante, con il conseguente rischio di diluizione per chi non aveva lavorato con buon senso in vigna. Inferiore alla media il contenuto di acido malico, abbondante invece l’acido tartarico. La fermentazione malolattica è stata relativamente precoce e veloce, ma alla fine dell’affinamento il pH si è comunque mantenuto entro limiti più che sufficienti (3.4/3.6). Il buon grado zuccherino ha consentito di evitare, o di contenere al massimo, la pratica dello zuccheraggio. I risultati, come era facile prevedere, sono stati piuttosto eterogenei.

Al meglio, i vini sono pieni di fascino, eleganti, raffinati, aperti, grandi seduttori, connotati da un centro bocca “pieno e voluttuoso”: millerandage e perfetta maturità fenolica hanno consentito di ottenere un ottimale rapporto tra parte solida e parte liquida (da cui una presenza di estratto secco superiore alla media) e di estrarre tannini principalmente dalla buccia e, presso alcuni produttori, dal raspo (maturo e quindi utilizzato con frequenza maggiore rispetto alle annate precedenti), piuttosto che dai vinaccioli (i cui tannini sono meno fini, più secchi e astringenti). Una accorta e sapiente vinificazione ha dato così vita a vini dalla trama tannica particolarmente fine.

Al peggio, i vini sono diluiti o fin troppo maturi (nei miei appunti leggo più spesso del solito richiami alla confettura di frutta), mancanti di freschezza, con tannini non perfettamente levigati, in precario equilibrio. Quanto a territorialità e trasparenza, ad oggi l’annata 2009 non è paragonabile al 2008 e al 2010, ma rispetto al 2005 ne ha certamente di più. È nella norma che in annate di perfetta maturità fenolica la purezza e l’esuberanza del frutto oscurino la territorialità del vino. Nel caso del 2005 l’imponenza della materia e l’esuberanza “esagerata” del frutto fanno sorgere qualche dubbio sulla effettiva capacità del vino di far emergere con il tempo il DNA proprio a ciascun vino. Il maggiore equilibrio complessivo dei vini del 2009 ben fatti, invece, lascia sperare in una positiva evoluzione in termini di territorialità e trasparenza.

È facile prevedere buona longevità, anche se non ai livelli del 2005, e una buona bevibilità lungo tutto l’arco della vita del vino. Molti vini non avranno una reale fase di chiusura e, nel caso in cui la dovessero avere, questa non sarà mai in termini così netti come nel caso, provare per credere, della stragrande maggioranza dei 2005.
Da ultimo. I vini del 2009 non rispettano rigorosamente le gerarchie: è facile imbattersi in vini che trascendono, a volte in modo drammatico, il rango ufficiale. Volendo evitare di pagare le altissime cifre richieste per le etichette più prestigiose, è possibile acquistare a prezzo contenuto appellation meno nobili con la certezza di bere ottimi vini. Solo per citarne alcuni, citerei i Bourgogne di Georges Mugneret-Gibourg, Joseph Voillot, Cecile Tremblay e Fourrier, il Marsannay Les Favieres di Audoin, il Givry 1er cru Clos Jus di Ragot. Se fosse possibile acquistarlo a prezzo non speculativo, citerei anche il meraviglioso Chambolle Musigny di Roumier.

2010
Ad un inverno freddissimo, durante il quale alcune violente gelate hanno addirittura distrutto alcuni vigneti, si sono succedute una primavera e una estate con temperature nettamente inferiori alla media: in particolare, ad un agosto fresco, asciutto e luminoso è seguito un settembre più dolce ma anche più umido. Il tempo inclemente all’epoca della fioritura ha accentuato il fenomeno, già notato nel 2009, del millerandage. Alla vendemmia, particolarmente tardiva, è stata così raccolta poca uva, con tannini abbondanti ma finissimi, e alta acidità malica. La fermentazione malo-lattica è stata tardiva e molto lenta e ha consentito di riequilibrare e bilanciare l’acidità (pH finale compreso tra 3.5 e 3.6). Il buon grado zuccherino ha consentito di evitare, o di contenere al massimo, la comune pratica dello zuccheraggio. Al termine dell’affinamento, i risultati hanno superato le più rosee previsioni, confermando il detto che nelle annate ad alta acidità malica è indispensabile attendere la conclusione della malo-lattica per emettere un giudizio minimamente affidabile.
Nel complesso, la produzione è stata più omogenea di quella delle annate precedenti, 2009 compresa. Non ricordo di aver assaggiato vini del 2010 davvero deludenti. In compenso ne ho assaggiati moltissimi di qualità eccelsa.

Al meglio i vini sono trasparenti, territoriali, equilibrati, di grande freschezza, energia e tensione, vibranti, con trama tannica di finezza superba. Al peggio si avverte una certa durezza e una maturità fenolica non perfetta (la imponente presenza tannica e l’abbondante acido malico richiedevano in vinificazione grande sensibilità e accuratezza).

La longevità è assicurata e molto probabilmente si avrà una fase di chiusura più o meno drastica, anche se il senso di grazia che traspare da molti vini fa pensare ad una bevibilità permanente nel tempo. Al contrario del 2009, nel 2010 la gerarchia è assolutamente rispettata, con questo confermando che trattasi di annata dove il terroir ha prevalso sulla componente varietale.

Che rispondere, quindi, alla domanda iniziale?
Gli appassionati più avvezzi ai chiacchiericci di taluni salotti radical chic anglosassoni sapranno certamente che è in atto una esaltazione dei 2010 e una revisione al ribasso dei 2009, che sa di crociata con tanto di vessillo con motto stampigliato “terroir, trasparenza, purezza”.

Molto più prudentemente (o, se preferite, longe alius), penso che sia difficile rispondere senza tema di essere smentiti da qui a qualche anno. Al più, credo si possa dire che tra le due annate la differenza sia più stilistica che qualitativa. Quando è capitato di provare fianco a fianco i 2009 e i 2010 dello stesso produttore, le mie preferenze si sono divise; non equamente, ma comunque divise tra le due annate.
Per non eludere quindi la domanda, posso dire che ho una leggera preferenza per i generici e i village del 2009 e per i grands crus del 2010, mentre scelgo caso per caso, produttore per produttore, tra i 1er cru. Ma si sa, quando si ha a che fare con lo stile, ognuno ha il suo….

Nonostante siano per me due bellissime annate, se vi capiterà di trovare un vino “noioso”, è molto probabile che sia un 2009, se troverete invece un vino “scintillante”, quasi sicuramente sarà un 2010. Il resto lo dirà solo il tempo: ci rivediamo su questi lidi tra una decina di anni, se la forza sarà con noi.

p.s. Fedele al motto “tra i due litiganti…”, non trascurerei i 2008, che è ancora possibile trovare e a prezzi più convenienti (fino a poco tempo fa i cinesi erano ancora accampati nei dintorni di Bordeaux, a litigarsi a colpi di centinaia/migliaia di euro le bottiglie più prestigiose).

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One Comment to “Borgogna: 2009 o 2010?”

  1. complimenti, semplicemente complimenti per tutto
    quello che ha scritto
    è un riassunto da 110 e lode

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