Vedere l’intera immagine

degustatore di vitruvio

di Rizzo Fabiari
È un mio pallino e ne ho scritto pochi giorni fa qui, nel blog espressico. Qual è, se esiste, il punto di vista più rispettoso delle proporzioni complessive nel valutare un vino? E più in generale, a quale obiettivo ideale deve tendere l’informazione, tutta la buona informazione? Lo si può capire in una trentina di secondi. Senza tanti giri di parole. In un vecchio ma ancora efficacissimo filmato del noto quotidiano britannico The Guardian.

NB in italiano il testo dice più o meno: “Ogni avvenimento, visto da un punto di vista, dà un’impressione. Visto da un altro punto di vista, dà un’impressione piuttosto diversa. Ma è solo vedendo l’intera immagine che si può capire pienamente cosa sta succedendo”

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11 commenti to “Vedere l’intera immagine”

  1. Anche il vino ha mille punti di vista eppure, per quante spiegazioni ben scritte si possano aggiungere ad una scheda, il lettore ricorda solo che è un 93/100 di Parker o un 18/20 dell’Espresso. Però la giacca di Napoleone, che è identica a qualunque altra giacca da caporale della Grande Armeè, è oggettivamente diversa da tutte le altre. E anche un Romaneé Conti è un rosso di Borgogna, ma ……. Veronelli intuì questo problema e nelle sue prime guide propose una soluzione; il punteggio c’era, ma era la somma del valore del vino e di quello dell’azienda. Ma poi, forse per il “demitizzare i miti” che in quei tempi andava tanto di moda, la cosa finì li. Ma siamo proprio sicuri che non fosse una buona idea, scartata solo perché troppo in anticipo sui tempi?
    Magari, per adattare l’idea veronelliana all’Italia di oggi, un punteggio “tripartito” sarebbe più corretto; un po’ di punti al vino, un po’ all’azienda e un po’ alla DOC/DOCG.

  2. Io mi preoccupo dell’informazione che giunge al lettore, e mi chiedo che tipo di indicazione possa trarre il lettore da un punteggio così fatto, se non può distinguere quanta parte ha ognuno dei tre fattori.

    Forse a quel punto è meglio abbandonarlo proprio, il punteggio?

  3. Classico ma sempre curioso fenomeno: si scrive “a” e i commenti prendono la (legittimissima, ci mancherebbe) piega “g”. In questo caso si fa una graziosa giravolta sul ponderoso tema “punteggi e simboletti”. Comunque concordo su tutto o quasi.

  4. Interessante spunto di riflessione.
    Però “qual é” si scrive senza apostrofo. Per fare buona informazione.

  5. banale refuso :-)

  6. Il mio non è un banale refuso: il prof. Faccenda mi avrebbe bacchettato le mani se scrivevo qual’è e io continuo a scriverlo senz’accento, per rispetto. Ma non per convinzione. L’Accademia della Crusca è da un bel po’ che discute della cosa, basta andare sul sito e si potrà vedere tutta la discussione. Pirandello scriveva qual’è con l’apostrofo, in quanto lo considerava un’elisione tra il pronome quale e la terza persona singolare del prfesente del verbo essere. Esiste però anche il pronome qual, che non necessita di elisione e quindi sarebbe giusto scrivere senz’apostrofo. Il prof. Faccenda bacchettava anche quando scrivevamo famigliare invece di familiare, un aggettivo che ormai l’Accademia della Crusca non distingue più e autorizza a scrivere come si vuole. Per la precisione. Mi stupisce però che qui scrivano i pignoli, più che gli alterati. O le pignole. Hanno forse bisogno di occhiali per rendersi conto che qui si potrebbe tranquillamente anche scrivere qual””””’é con venticinquemila apostrofi e nessuno, a meno che non sia astemio, avrebbe qualcosa da ridire?

    • Occhio che ho scritto un termine al posto di un altro nel mio intervento. Roba per enigmisti. Volendo, si potrebbe star qui a discutere fino alle calende greche, ma ammé nun me ce accattate. Sono già alla seconda bottiglia (anzi vorrei scrivere bottilia, guarda un po’…) e della grammatica non me ne può fregar di meno.

    • Hai ragione Mario, qui siamo in primis dei goliardi, quindi le persone che puntualizzano sono fuori luogo. Anche se questo avrei anche potuto non puntualizzarlo…

      • Consolati con questo racconto di Stefano Benni:

        Il verme disicio

        Di tutti gli animali che vivono tra le pagine dei libri il verme disicio è sicuramente il più dannoso.

        Nessuno dei suoi colleghi lo eguaglia. Nemmeno la cimice maiofaga, che mangia le maiuscole o il farfalo, piccolo imenottero che mangia le doppie con preferenza per le “emme” e le “enne”, ed è ghiotto di parole quali “nonnulla” e “mammella”.

        Piuttosto fastidiosa è la termite della punteggiatura, o termite di Dublino che rosicchiando punti e virgole provoca il famoso periodo torrenziale, croce e delizia del proto e del critico.

        Molto raro è il ragno univerbo, così detto perché si ciba del solo verbo “elicere”. Questo ragno si trova ormai solo in vecchi testi di diritto, perché detto verbo è ormai scaduto d’uso e pochi esempi che compaiono sono decimati dal ragno.

        Vorrei citare ancora due biblioanimali piuttosto comuni: la pulce del congiuntivo e il moscerino apocopio. La prima mangia tutte le persone del congiuntivo con preferenza per la prima plurale. Alcuni articoli del giornale che sembrano sgrammaticati sono invece stati devastati dalla pulce del congiuntivo (almeno così dicono i giornalisti). L’apocopio succhia la e finale dei verbi (amar, nuotar, passeggiar). Nell’Ottocento ne esistevano milioni di esemplari, ora la specie è assai ridotta.

        Ma come dicevamo all’inizio, di tutti i biblioanimali il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la trasporta al posto di un’altra, e mette quest’ultima al posto della appena. Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole, ma il risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com’era prima dell’augurio del verme disicio.

        Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo possiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio.

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