Bere l’invisibile. Dal Vi al V.V.

ampolla de vi

di Giampaolo Gravina

Dipinto da Mirò nel 1924, l’Ampolla de vi raffigura un singolare frammento di natura morta, come spaesato in un orizzonte acuminato di consistenza incerta. La composizione comunica un senso di deserto e di approdo estremo: profili e contorni delle cose, non appena accennati, si perdono sfumando nell’apertura indefinita di uno sfondo che ha il colore assorbente della sabbia, appena modulato. La linea dell’orizzonte, a destra ancora unita, si assottiglia al centro in un tratteggio vago: tra terra e cielo non c’è separazione, ma continuità e trapasso in un’unica indifferenziata estensione.

In questo spazio enigmatico, la presenza straniata della bottiglia di vino rivendica un ruolo da protagonista. Occhio, però: vi, che allude evidentemente al vino, è pure la prima persona della forma passata del verbo castigliano ver (vedere): ho visto. Senza contare che in catalano, lingua materna e prediletta di Mirò (che amava pure esprimersi in francese e solo occasionalmente in castigliano) i verbi beure (bere) e veure (vedere) si differenziano soltanto nella scrittura, pronunciandosi esattamente nello stesso modo.

Se le cose stanno così, nella composizione di Mirò la bottiglia esplicita dunque un riferimento cifrato alla visione, allo sguardo: riferimento che la bottiglia “contiene” quasi letteralmente, e non solo in etichetta. Lo sguardo del serpente che emerge dalla base della tela e salendo cambia pelle e colore rimanda infatti al cratere del vulcano che “occhieggia” dal fondo a campana della bottiglia. Una sorta di occhio interno della terra, che indirizzando i propri raggi verso l’etichetta entra in tensione con l’altro occhio, sollevato ed estroflesso, che ritroviamo al posto del tappo, a sondare lo spazio esterno a mo’ di periscopio. Quasi a comporre un gioco di sguardi che non si incrociano, rivolti verso qualcosa che si svolge altrove.

Dettaglio non così marginale, la bottiglia è vuota: l’atto del bere/vedere è già stato consumato. Come a suggerire che la visione dall’interno coincide con una parziale dissolvenza del mondo visibile: attraverso il vetro, dal fondo della bottiglia, per trasparenza, qualcosa si rivela proprio là dove la trama del visibile si sfuoca, si sfilaccia, si disorganizza, in un cortocircuito tra terra e cielo, tra simboli del centro e della trascendenza, della profondità e dell’illuminazione, che Mirò ha disseminato con finta nonchalance nello spazio dell’opera.

Ad aprirmi gli occhi su questa convincente ipotesi di lettura, esattamente vent’anni fa, è stata la mia amica Alessandra Fornasiero, studiosa di Mirò tra le più ispirate, che ha dedicato all’Ampolla de vi un saggio illuminante, leggendola come un’opera spartiacque per comprendere l’approdo al segno dell’artista catalano. È a lei che devo l’intuizione di un nesso tra la bottiglia di vino e il tema della visione, che costituiva all’epoca il nucleo centrale dei miei interessi filosofici. Quel suo pezzo, che qui ho in più punti ripreso e saccheggiato, strapazzandolo qua e là con mie aggiunte e integrazioni assortite (non sempre altrettanto rigorose) uscì sulla Ragione possibile [1], una piccola rivista di filosofia che ha tenuto a battesimo le nostre comuni velleità di saggisti. Rivista alla quale mi sarei dedicato con crescente coinvolgimento e passione negli anni successivi, quando cambiò il nome in Almanacchi nuovi, mentre Alessandra partecipò solo a quel numero: oggi ha appena compiuto cinquant’anni e continua a occuparsi di storia dell’arte. E l’altro giorno, quando ci siamo incontrati per bere un bicchiere e fare due chiacchiere, l’Ampolla de vi ci si è ripresentata sotto mentite spoglie.

V.V.

Ero appena rientrato dalle Anteprime toscane, riportando a casa alcuni campioni tra i più convincenti: un po’ di Chianti Classico 2009 di Val delle Corti, un po’ di Nobile di Montepulciano 2010 del Macchione, qualche fondo di bottiglia di Brunello di Montalcino. Tra questi ultimi, un assaggio residuo della selezione Vigna Vecchia 2008 delle Ragnaie di Riccardo Campinoti: un vino capace di coniugare l’assetto spoglio e quasi scarnificato di certi sangiovese “di montagna” (la vigna da cui proviene è a quota 600 metri) con la tensione sapida e l’energia dei migliori Brunello.

Proprio questa era la bottiglia che volevo condividere con Alessandra, e non solo per le sue qualità espressive e per la succosa naturalezza del suo profilo gustativo, ma anche per la sua etichetta, dove le iniziali della Vigna Vecchia (due grandi V rosse su campo nero: paradossalmente in Italia i produttori che utilizzano l’espressione per esteso rischiano noie legali) stavano lì a richiamare l’Ampolla di Mirò e gli anni delle nostre prime schermaglie con l’istanza critica. Se non che, nel tirarla fuori dal cartoncino in cui l’avevo conservata insieme alle altre bottiglie, tutte aperte qualche giorno prima e accuratamente ritappate dopo i primi assaggi, la boccia del V.V. sembrava insolitamente leggera. Era vuota.

Ancora una volta l’atto del bere/vedere era già stato consumato. Ma non da me, sono pronto a giurarlo: quando l’ho recuperata per il consueto supplemento d’indagine che riservo ai miei assaggi migliori, sono sicuro che nella bottiglia rimaneva ancora del vino, e neanche così poco. Eppure al momento di versarlo ad Alessandra, nemmeno più una goccia. Lei non me lo ha fatto pesare, anzi: per aiutarmi a uscire dall’imbarazzo ha suggerito che magari anche questa bottiglia di Brunello, come già l’Ampolla di Mirò, rivendicava dignità di enigma. E forse anche le V.V. inquadravano l’alterazione del bere/vedere come un’esperienza dell’indicibile… chissà?
Poi però ci siamo guardati e ci scappava da ridere.

[1] In vino veritas. Un messaggio nella bottiglia: l’Ampolla de vi, in la Ragione possibile, n. 5 primavera 1993, Bagatto Libri, pp. 257-263.

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9 commenti to “Bere l’invisibile. Dal Vi al V.V.”

  1. ossigeno, ossigeno, bello, bello; finanche i vecchi ceppi di Vertus, dove mi trovo, applaudono a scena aperta, dovresti vederli. falco.

  2. ma che meraviglia!

  3. Uno di quei pezzi che, riempiendoti, ti lasciano come svuotato.
    Grandissimo.

  4. clap clap clap clap clap

  5. “Sangiovese di montagna”, era da tempo che cercavo una qualche definizione che inquadrasse il Brunello Vigna Vecchia. Un vino su cui m’interrogo da tempo, perché m’intriga, oltre a piacermi molto. La Vigna la conosco da quando era “piccola” e per questo la sto seguendo anno dopo anno. La posizione, incredibile. Uno dei pochi luoghi a Montalcino da cui nei giorni sereni col cielo pulito si riesce a vedere il mare. La tua descrizione sintetica del VV è perfetta.
    Anche il resto è perfetto, grazie a te e alla Professoressa Fornasiero.

  6. Bere/Vedere….
    ….Bere/Vedere….
    ….Bere/Vedere…
    …mumble….mumble…. mumble….
    Grazie per l’articolo: ispiratorio.

  7. infatti, quando io mi studiava filologia romanza, leggeva che in quelle plaghe”bibir es vivir” (bibere est vivere)

  8. Molto bello,ma una curiositá me la dovete soddisfacere: quanto tempo occorrerebbe,eventualmente,stante l’inspirazione, per visitare una mostra “tuttaintiera” di Mirò?

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