Tirando a Campà(nia), seconda parte

squaw con bottiglia di piedirosso

di Giampaolo Gravina

Squaw Piedirosso, femmina con grinta
I quattro lettori che hanno colto la valenza umoristica dell’accostamento tra il nome di una squadra di basket universitario come Indiana e il vino Piedirosso mi esortano a desistere. «Lascia l’ascia e accetta l’accetta» è stato il commento più benevolo (vi risparmio gli altri). Proverò dunque ad alzare un po’ il tono.

«Sterminator Vesevo», cantava Leopardi nella Ginestra, e opponeva all’«arida schiena» del vulcano e alle sue «ceneri infeconde» i «cespi solitari» dell’«odorata ginestra». Proprio a partire dal Vesuvio, una vena di floreale femminilità percorre le più interessanti espressioni del Piedirosso fuori dei confini flegrei: una femminilità schietta, grintosa, tutt’altro che leziosa e banalmente disponibile.

È il caso del Pompeiano Frupa 2011 di Benny Sorrentino, giovane e determinata enologa dell’omonima azienda di famiglia: un Piedirosso pimpante nel registro di aromi primari e quasi didattico nella sua immediatezza. Esemplare anche il vino delle sorelle Anna Chiara e Paola Mustilli, il più convincente dei Piedirosso sanniti nelle ultime vendemmie: si presenta con note di geranio, ma quell’ombra vegetale non disturba, anzi prepara una bocca succosa, dove torna un carattere fragrante e una chiusura piacevolmente rustica, senza asciugare.

Sarei per contro tendenzialmente più cauto a chiamare in causa il controverso paradigma della femminilità nel commentare la nuova etichetta Ficonera che la cantina San Giovanni ha appena presentato all’ultimo Vinitaly: un Piedirosso in purezza ottenuto da piante di 35 anni e prodotto nella tiratura limitata di soli 870 esemplari. Come tutti gli esordi, va giudicato in prospettiva e chi ha già apprezzato la notevole qualità dei vini di Ida Budetta e Mario Corrado fa bene a nutrire ottimistiche aspettative. Al momento, però, se devo essere sincero, tanto il Castellabate 2011, con la sua ricca scorta di frutto e spezie (mirtilli e pepe) dall’effetto naturale e coinvolgente, mi era parso “incisivo”, quanto quest’ultimo Ficonera (almeno stando al nome e ai rimandi di rosa) rischia di rivelarsi “canino”.

Pallagrello al centro
A ben guardare, nel successo di un vino la questione del nome non va sottovalutata: al contrario, come è ben noto al bevitore alterato, il nome gioca spesso un ruolo decisivo come veicolo di affermazione non soltanto di una singola etichetta, ma di un intero comparto produttivo. Prendiamo ad esempio il Pallagrello: se non fosse per quei richiami insieme sportivi e agrumati evocati da un nome di siffatta originalità, se l’appeal comunicativo dovesse venire interamente affidato alla sola indicazione Terre del Volturno, per quanto geografica e tipica che sia, l’empatia con il consumatore ne uscirebbe alquanto ridimensionata.

Inutile rivendicare la priorità del territorio sul vitigno quando è in campo un vino come il Pallagrello, dal nome catch & shoot, giocoso e rotondetto, soffice e plastico insieme. Il bianco appare versatile negli uvaggi (pallagrillo, pallagreco); il rosso, invece, si mostra non di rado piuttosto sensibile al metodo delle vendanges entières (pallagraspo). In entrambi i casi, il Pallagrello garantisce comunque quell’ineffabile quota di bizzarria e lunaticità (pallagrullo) che propizia le espressioni più imprevedibili delle versioni bio. In una parola: è ganzo.

Sprofondato nella boscosa magia del resort Aquapetra, in occasione di questo primo appuntamento di Campania Stories ho degustato le versioni di riferimento del Pallagrello caiatino. Mi ha colto un po’ di sorpresa l’assenza di due aziende come Crapareccia e Rao, autentiche outsiders della tipologia, che si sono distinte nelle scorse vendemmie per una sequenza di vini di sicura personalità, magari insofferenti alla disciplina della grammatica enologica (pallagrezzi?) ma non per questo meno vitali e convincenti. Da simpatizzante e quasi “tifoso” del lavoro di Tommaso Mastroianni, anche ottimo produttore di olio da varietà caiazzana, confido di tornare a degustare i suoi vini (come pure quelli di Rao) nelle prossime sedute d’assaggio.

Ho invece ritrovato con estremo piacere il Pallagrello di Giovanni Ascione, in arte Nanni Copè: pluridecorata nell’estate scorsa, la versione 2010 del suo Sabbie di sopra il Bosco si lascia apprezzare a mio giudizio come il Pallagrello più buono mai assaggiato fin qui. A rigore, un piccolo saldo di uve aglianico e casavecchia impedisce di considerarlo come un Pallagrello in purezza, ma poco importa: la purezza, come diceva Kierkegaard, appartiene più ai gigli nei campi che non alle uve nei tini. E in ogni caso, Sabbie 2010 resta un vino molto espressivo ai profumi, dal respiro floreale, slanciato al palato, dinamico e rinfrescante.

Meno trascinante la prova degli altri Pallagrello, ineccepibili sotto il profilo della confezione enologica ma un po’ frenati nell’energia e allineati nella personalità. Saturo nel colore, prevedibile nei profumi, Ambruco 2010 di Terre del Principe si riscatta in bocca con un frutto più tonico e saporito; compatto il Pallagrello Nero 2009 di Vestini Campagnano, ma asciugato sul finale e in debito di dettagli; come pure tendenzialmente asciugato e unidimensionale nell’espressione il Pallagrello Hero 2010 di Selvanova.

La città di re Luigi
Quindici giorni fa, nella prima parte del post, avevo evocato la March Madness. Nel frattempo il torneo Ncaa si è concluso: la squadra dell’università di Louisville ha vinto la finale contro Michigan ed è stata proclamata campione del college basket statunitense per la stagione 2012-13. Louisville, come è noto, è la città del Kentucky che ha dato i natali a Muhammad Ali (e a Rajon Rondo). Il nome è una dedica a Luigi XVI di Borbone, sovrano di Francia deposto dai rivoluzionari nel 1792 e ghigliottinato l’anno dopo. A mio giudizio, il re Luigi dell’Aglianico di oggi è Luigi Tecce e Paternopoli è la sua Louisville. Mi piace chiudere questa ricognizione del rosso campano, senz’altro parziale, incompleta e deliberatamente pretestuosa, con un richiamo ai suoi vini.

Intendiamoci: Tecce è un Luigi con la testa ben altrimenti salda sulle spalle, e Paternopoli non assomiglia per niente a Louisville (né tanto meno a Versailles). Però nella sensibilità interpretativa del vignaiolo irpino ritrovo un talento analogo a quello di Rick Pitino, l’unico allenatore nella storia a vincere il titolo Ncaa con due squadre diverse (il precedente con Kentucky nel 1996). Come il coach dei Cardinals, anche Tecce sembra in grado di valorizzare al meglio, e talvolta perfino di esaltare, il materiale che si ritrova per le mani: se l’annata è propizia e promettente come nel 2008 (e ancor più nel 2010) ecco un Poliphemo complesso e tridimensionale; se l’annata è problematica e insidiosa come nel 2009 (o perfino peggio nel 2012) ecco un Satyricon dalla motricità inarginabile.

Giovedì mattina ero nella cantina di Luigi e ho assaggiato con lui qualche campione da botte: non so se dare la colpa a Voltaire o a Rousseau, ma un paio di vini sfoggiavano una bellezza rivoluzionaria. E un’energia da Nba.

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2 commenti to “Tirando a Campà(nia), seconda parte”

  1. PallaOscar carissimo Giampaolo, questo post è bello e rotondo, senza alcuno spigolo,
    Palleggiando con grazia e smarcandoti abilmente da qualsiasi ovvietà hai fatto di nuovo canestro. Ed io non posso che alzarmi in piedi ed applaudirti.

  2. Con post simili non tiriamo a campá, ma a volá. Palla al centro dunque…aspettiamo trepidanti la terza parte.

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