Politicamente scorretto

antica arte

di Rizzo Fabiari

Si cresce, enologicamente parlando, affaticati da un reticolo di norme vincolanti, dogmi, luoghi comuni. Si teme di passare per trogloditi se si sgarra dal galateo del buon bevitore e dal politicamente corretto (il territorio come nume tutelare e indiscutibile, ah quanto sono meglio i piccoli vignaioli, magari ottantenni, ah quanto è meglio il vitigno dimenticato, ah quant’è poetico bere nelle vecchie osterie di paese).

Poi ci si rompe i coglioni e si comincia a essere liberi; o almeno, un po’ più liberi. Ecco un repertorio incompleto di atti liberatori, che tali in realtà non sono del tutto, mancando in radice la volontà di provocare o di rivendicare lo status di eccentrico a tutti i costi. Ed essendo ben poca cosa rispetto ad azioni davvero incisive, come ricoprire di tonnellate di stallatico la fabbrica della Del Monte.

Allungare il vino con l’acqua. Se il malcapitato si becca a tavola un monolite difficile anche da masticare, un po’ d’acqua restituisce una frazione minima di voglia di bere.

Bere qualsiasi vino su qualsiasi piatto. Le dissonanze stridenti sono davvero poche: un Barbaresco invecchiato con una sogliola alla mugnaia, per dire (e non è detto fino in fondo: metti che si tratti di un Barbaresco tutto trine e merletti, poco tannico…). Per il tutto il resto faccio come mi pare.

In forza del punto precedente, liberarsi della visione monomaniacale dell’appassionato chi spacca il capello in frazioni sempre più minute (“con le ostriche fines de claire, meno saline e più iodate, non ci vedo uno Champagne di Cramant, che ha sentori gessosi più pronunciati, meglio uno di Ay, purché di dégorgement non inferiore a 18 mesi”)

Tagliare i vini. Lo fanno da secoli i produttori, perché non dovrei farlo io? Se nel bicchiere mi sono rimaste due dita di Verdicchio e ho il fondo di bottiglia di un bianco alsaziano, me lo verso e basta.

Scaccolarsi occasionalmente a cena, con discrezione. Usando solo la punta del pollice, non è per me affatto disdicevole; sebbene, ammetto, sia  poco rispettoso come atto sociale e piuttosto sgradevole esteticamente. E a maggior ragione non è disdicevole se la tavolata sta parlando della nuova capogruppo dei Cinque Stelle alla Camera.

Quando è il caso, avere l’indipendenza di giudizio di trovare cattivo tout court il vino della divinità di turno; quella della quale si pronuncia il nome sottovoce, con deferenza. Ho bevuto vini deludenti di Jayer, figuriamoci se non càpita con qualche reuccio nostrano.

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8 commenti to “Politicamente scorretto”

  1. Molti anni fa, avevamo scaraffato una bottiglia di Pergole Torte di Montevertine e una di Concerto di Fonterutoli. Dopo averne bevuto un pò, e dovendo passare ad altro vino, decidemmo di riversare nelle caraffe il vino che era nei bicchieri.
    Ovviamente sbagliammo, mettendo il Concerto dei bicchieri nella caraffa del Pergole e viceversa.
    Nacque in quel momento il CONTORTO.
    Che mi crediate o no, il miscuglio casuale era addirittura migliore di ciascuno dei due vini.

    Tornando al post, quindi, posso concludere che alcune delle operazioni suggerite dal Fabiari, seppur provocatorie e alterate il giusto sono meno cervellotiche di quanto potrebbe sospettarsi.

  2. Per fortuna non avete fatto un taglio di Cortese e un vino di Bambinuto…

  3. Inciuci dappertutto, in Italia.

  4. Finalmente uno statuto ufficiale in cui noi enopoliticamente-scorretti possiamo riconoscerci per uscire dall’ombra. Grazie. La rivoluzione inizierà da qui.

  5. Mi ricorda un po “come un romanzo” di Daniel Pennac, dove lo stesso elenca in dieci punti i diritti imprenscindibili del lettore, come il diritto di saltare le pagine, il diritto di non finire un libro ecc., questo non è inciucio ma libertà di rompere le regole (quando queste diventano catene). Gaetano

  6. Il diritto alla scaccolata ha un limite: quello di non lanciare la pallottolina nel bicchiere, soprattutto se codesto contiene un bianco dai delicati sentori floreali. In un rosso di alta tannicità è più accettabile, potrebbe essere quai considerata un’aggiunta migliorativa. Una minima dose di moccio infatti dona una leggera viscosità al vino e rende la beva più scorrevole.

    • Dissento. Ah se dissento. Passi il lancio della caccola nel tulipano stretto perchè indice di consumata abilitá freccesca,ma il moccio no. Non nei passiti, a meno di avere tra i commensali un esperto in manovra di Heimlich.

  7. Assento, anzi, se fosse avanzato un po di assenzio….

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