Born in the USA

di Francesco Beghi

Il 4 giugno 1984 esce “Born in the USA”, settimo album di Bruce Springsteen, anticipato dal singolo “Dancing in the Dark”.
Io, che amavo e amo tuttora i suoi primi album, rimasi allibito: un pezzo dance, sintetizzatori, un video in playback. Il peggio degli anni 80, insomma.

Fu il disco che fece uscire Springsteen dal limbo, seppur vasto, dei suoi fan della prima ora rendendolo celebre in tutto il mondo. Nella recente autobiografia, Springsteen ammette che il disco fu progettato a tavolino col produttore Chuck Plotkin per fare finalmente i big money, dopo anni e anni di tour negli USA a bordo di furgoni scassati. Operazione che funzionò alla perfezione e Springsteen, all’età di 35 anni, divenne ricco e famoso, anche grazie al successo travolgente del susseguente tour mondiale, sebbene molti vecchi fan come me rimasero con l’amaro in bocca.

Tanta acqua è passata sotto i ponti da allora.
Adesso, vedere questo baldo ragazzo di quasi settant’anni ballare sul palco “Dancing in the Dark” con la mamma italiana novantenne mi fa quasi tenerezza.

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