I Fiori dal Male*

 

di Raffaella Guidi Federzoni

 

Cosa c’è che non va?
Il colore è pulito e brillante, il profumo sano e floreale, il gusto fresco e dissetante.

Perché sono delusa e non per la prima volta?

Guardo questo vino, mi è stato detto da dove viene e chi lo ha prodotto.
So che piace a tanti, anche a me, forse.

Un vino che è stato lasciato fare, non ha avuto la scuola dura e manipolatrice del passato. Da solo ha imparato ad esprimere le proprie qualità, il suo valore.

Un vino rappresentativo del terzo millennio.
Un vino amato da una nuova generazione, fortunata per non aver ricevuto l’imprinting da vini ciccioni, falsoni, ruffiani ed esagerati.

Un vino che è una noia mortale.

Un vino che fa bene, è sano, ehm…, alcol permettendo.
Ma io non voglio questo.

Ovvero, sì certo, preferisco l’etica produttiva e le scelte di vita e di vigna che siano rispettose dell’uomo e della natura.

Però, se scelgo di inserire nel mio fisico e nelle cellulette grigie del mio cervello qualcosa che porti un cambiamento pericoloso ma positivo, ne deve valere la pena.
In questo caso, e anche in altri piuttosto recenti, ciò non avviene.

Dov’è Bukowsky? Dov’è Pasolini? Dov’è Alceo?
Dov’è Baudelaire?

Dov’è quel senso di peccato, di perdizione, di espiazione, di allegria bizzarra che un bicchiere  – o due e anche tre – di vino può regalare?

A volte bevo per dimenticare e a volte per ricordare, sempre con curiosità. Purtroppo mi capita più spesso con i vini bianchi – oddio, più che altro giallini scarichi o aranciati – di non raccapezzarmi sulla provenienza ed il vitigno.

Sono così spogli da ogni intenzione manipolatrice che non raccontano nulla. Io voglio avvertire la roccia del Carso, il sale della costa, il selvatico della macchia, il nervo del vulcano.
Invece mi tocca di nuovo sorbirmi quel tanto di profumino di buono, quel tanto di ossidato onesto, quel tanto di crudo pulito.

Quel tanto di buone intenzioni nel fare e di entusiasmo giovanile nel proporre.
Che palle, che strapalle ad essere così perbenino!

Io se voglio farmi del bene correttissimamente mi bevo una tisana con zenzero fresco grattugiato ed il succo di mezzo limone biologico.

Probabilmente è quello che mi merito da vecchia babbiona brontolona.
Se voglio scorrettamente farmi del male, in maniera misurata perché odio tutte le dipendenze, preferisco un liquido che mi provochi una scintilla sovversiva di contentezza e di rischio, anche un poco zozza, anche un poco al di là.

Ci riesco spesso, non lo nego, e quindi in fondo potrei anche ignorare qualche scivolone troppo enoicamente corretto.

Mi dispiace solo che si stia formando una generazione di enoappassionati ignara di cosa sia il brivido dell’illecito dato da una beva muscolosa senza essere steroidea. Un sorso largo, lungo e spesso, non unidimensionale ed etereo.

D’altra parte si tratta di una generazione che segue su Youtube corsi di mindfulness senza nemmeno mai aver sperimentato che tipo di “mindblowingness” possa essere leggere versi così:

“J’allumerai les yeaux de ta femme ravie
A ton fils je rendrai sa force et ses couleurs

Et je serai pur ce frële athlète de la vie

L’huile qui raffermit les muscles des lutteurs”
(Charles Baudelaire – estratto da L’Ame du vin.)

*La traduzione del titolo della raccolta di poesie “Les fleurs du mal”  può infatti essere anche questa, con il termine “du” tradotto “dal” e non “del”. Chi conosce l’opera di Baudelaire capisce perché l’espressione è polisenso.