Come truccammo una corsa

di Armando Castagno

Vedo oggi, grazie ai calendari perpetui consultabili online, come il 29 novembre 1998 fosse una domenica.
Avrei potuto arrivarci da solo, collegando a quella data un ricordo preciso: il derby Lazio-Roma in palinsesto quella sera stessa, e che avrei visto fino al 3-1 a favore della Lazio, cioè fino a venti minuti dalla fine; da prostrato e disperato tifoso giallorosso, avrei spento la tv, salvo venire a sapere un’ora dopo e per puro caso che la Roma, guidata da un Totti scatenatosi nel finale, l’aveva riagguantata in extremis sul 3-3.

Per quanto pirotecnica sia stata quella partita, per me l’evento clou di giornata si era consumato nel primo pomeriggio, quando con un cugino e due amici eravamo pervenuti con l’espressione dei drughi di “Arancia Meccanica” ma un vestiario da pensionati inglesi, all’ippodromo delle Capannelle, dove ci aspettava un colpaccio che ci avrebbe fatto cambiare, se non proprio vita, almeno l’automobile, o se non proprio l’automobile, almeno tipologia e sfarzo della prossima vacanza. Arrivammo nel tempio ippico romano in un’unica macchina, fisicamente freschi per l’ampiezza dell’abitacolo ma psicologicamente rincoglioniti da analisi e previsioni sulle sette corse, che ci occupavano i neuroni da tempo in via esclusiva.

Era quella l’ultima giornata “ordinaria” alle Capannelle del 1998 prima della messa a riposo dei cavalli da corse in piano e l’avvento degli ostacolisti, che per un paio di mesi avrebbero dato vita ai loro eroici volteggi su siepi, steeple-chase e cross-country. Conoscevo ormai bene, della giornata conclusiva dell’anno, l’atmosfera un po’ dimessa, la partecipazione di cavalli modesti alle varie prove, quella esigua del pubblico; però, in quel 29 novembre 1998, di gente ce n’era eccome. A differenza di quanto fatto in ogni altro pomeriggio da anni, mi misi in fila con gli amici al botteghino per comprare il biglietto d’ingresso.

Per una volta, sarebbe rimasta chiusa nel portafoglio la mia tessera stampa, un rettangolino bianco e rosso che mi consentiva di entrare gratis, visto che a Capannelle svolgevo mansioni lavorative per le testate giornalistiche e televisive che ai tempi si occupavano volentieri delle vicende ippiche. Non avevo mai acquistato un biglietto tanto volentieri, e c’era un perché: insieme al ticket sarebbe stata distribuita agli spettatori paganti una cartolina prestampata che quel giorno dava la possibilità di attingere un jackpot da 66 milioni di lire. Tale jackpot si era via via accumulato perché nessuno degli spettatori da inizio settembre (cioè dal varo di questo nuovo concorso speciale) aveva saputo indovinare tutti e sette i vincitori delle gare di giornata con un unico tentativo: ciò che sarebbe servito per portarsi a casa il gruzzolo. E perché eravamo così esaltati, se vincere era così complicato? Semplice: perché in quell’ultimo convegno stagionale il jackpot sarebbe stato comunque assegnato: a colui o colei che avesse indovinato il maggior numero di vincitori, anche se meno di sette, anche se meno di sei.

Con Antonio, Massimiliano e Sergio ne parlavamo da settimane; e alla fine, avevamo dovuto convergere sull’osservazione di Sergio, che sosteneva l’opportunità di un ben orchestrato gioco di squadra; un betting team composto da quattro agguerriti, esperti racegoers quali eravamo, gente tanto folle da attendere sovente l’una di notte fuori dalle edicole di Via Veneto o Via Cola di Rienzo per veder arrivare con un furgoncino bianco, ancora calde di stampa, le copie di “Trotto-Sportsman” del giorno dopo, con i partenti delle riunioni, e la possibilità di una prima, fondamentale riflessione notturna. Il quotidiano ippico in questione, un “fuori formato” dalla carta grigia e dai caratteri da oltrecortina, ma dal fascino ineffabile, si chiamava “Trotto-Sportsman”, ma a noi più che il trotto interessava la specialità del galoppo, quella che aveva alle Capannelle il suo incantevole teatro cittadino; per i trottisti, la destinazione naturale era invece Tor di Valle, che nel gruppetto frequentavo solo io, perché vi avevo occasioni di lavoro.

Per noi, “il Trotto”, inteso come giornale, profumava di cornetti caldi; ma ho il tarlo del dubbio che fossero i cornetti caldi, che divoravamo nottetempo studiando la forma pubblica dei purosangue, a odorare alla fine di stampa, cioè di chissà che elemento chimico, che restava sulle dita sfogliando le pagine piene di nomi, imprimendovi un acre velo di polvere di colore plumbeo.
Avevamo fatto così anche il venerdì precedente, aspettando fino a notte fonda, e alla fine accogliendo con un inatteso batticuore il giornale con le corse del fatidico weekend. Ognuno sulla sua copia, eravamo andati tutti e subito alla quadrupla pagina della riunione di Roma-Capannelle di domenica 29. Delle sette prove di cui dovevamo prevedere il vincitore, due avevano protagonisti scontati, la prima e la quinta; sul fatto che quei due cavalli non potessero perdere eravamo in pieno accordo, e quindi, al tirar delle somme, le corse da divinare erano cinque, cioè tutte le altre.

La sesta era la più ricca di incognite: una carica di cavalleria da mal di testa, una volata con 15 partenti le cui chances erano distribuite in modo diabolico. Fu allora che elaborammo la vera genialata: avremmo “giocato” quattro schedine identiche tra loro, salvo che per il vincitore di quella sesta corsa, dove ci prendevamo quattro possibilità diverse; un po’ come le doppie e le triple al Totocalcio. Come ovvio, chiunque di noi avesse vinto avrebbe diviso il premio con gli altri, riscuotendo un quarto del montepremi, cioè la rispettabile cifra di 16 milioni e mezzo di lire. Ci si comprava in contanti una Fiat 600 Citymatic e ti davano anche il resto. Peraltro, a nessuno di noi interessava una Fiat 600 Citymatic, che trovavamo tutti un’automobile impresentabile; ma c’era anche della gloria in palio, non solo il vile denaro, e più ancora della gloria il gusto della sfida cerebrale, la carica che motiva ogni appassionato del turf e della scommessa ippica.

Restava giusto un piccolo particolare: pronosticare correttamente i vincitori delle quattro competizioni rimanenti, senza possibilità di errori. Ci distribuimmo i compiti, una corsa a testa, da studiare con il massimo impegno per tutto il sabato successivo; se la Dea Fortuna deve darci una mano, pensammo, inutile tradirla, e così assegnammo a sorte. Massimiliano ebbe la seconda di giornata, Sergio la terza, Antonio la quarta, a me toccò la settima e ultima, una prova con dodici discreti soggetti al via sulla pista di sabbia interna a quella d’erba; c’era un nome che spiccava sugli altri anche a un primo sguardo, per una forma recente in tutto e per tutto convincente: Golden Merlin, montato oltretutto dal mio fantino preferito di allora. Avrei scelto lui? Chissà: avevo ancora tutto il sabato per cercare la chiave dell’enigma, e non affrettai verdetti.

«Secondo voi ce la facciamo?» domandò Sergio da dietro gli occhiali, abbassando il giornale. «Ovvio» rispose spavaldo Antonio abbassando il suo a raccogliere la sfida. «Ovvio un cazzo» sibilò Massimiliano murato dietro il Trotto-Sportsman, dal quale saliva uno sbuffo di fumo di sigaretta. Era già sul pezzo, intento a soppesare i cavalli della sua corsa di competenza: un segno confortante.


Trentaquattro ore e cinquanta minuti di studio più tardi, cioè all’una meno dieci di una domenica di sole opaco, la station-wagon verde bottiglia di Massimiliano, con la mia mano fuori a sventolare il “passi-stampa” infilava la prua nel parcheggio custodito delle Capannelle. Il nostro piano era ormai definito, e si articolava come segue. Nella prima avevamo optato per il favorito plebiscitario Helianthus, per iniziare col piede giusto. Nella seconda, Massimiliano aveva scelto un ospite proveniente da San Siro, un soggetto in ottima forma montato da un giovane fuoriclasse, Mirco Demuro. Nella terza, il primo rischio: Sergio si era inventato Van Orley, una vecchia gloria locale, un cavallo di classe ma ormai anziano e probabilmente malconcio, tanto che la sua scuderia storica lo aveva da poco venduto a un mestierante marchigiano che sbarcava il lunario cercando occasioni di premio facile su tracciati quali Corridonia, Lanciano o Anguillara. Qui c’erano da tirar fuori santini e amuleti ma Sergio, nel perorare la causa del campione decaduto, aveva negli occhi una strana scintilla; ci eravamo fidati senza discutere.

Il cavallo di Antonio per la quarta corsa era, all’apparenza, ancora più stravagante. Non aveva mai mostrato alcunché di straordinario in carriera, e men che meno di recente, ma nascondeva qualcosa. L’ultima volta che aveva corso, sempre a Roma, era stato oggetto di una “marcia”, che in gergo ippico significa bombardato di scommesse a tutte le quote da un esercito di “bene informati”, aprendo a 6 contro uno sulle lavagne degli allibratori e precipitando a 1½. Si era quindi prodotto in pista in una indecifrabile prestazione fatta di strappi e di frenate, finendo quarto molto vicino ai primi tre; i bookmakers medesimi, che avevano sudato freddo al segnale del “via”, avevano tirato un sospiro di sollievo. Noi, dal canto nostro, lo aspettavamo al varco, ora che l’hype sul suo conto sembrava essersi attenuato. La quinta corsa aveva una vincitrice annunciata in Guernica, e ci eravamo adeguati, scegliendo lei.

Nel micidiale rompicapo della sesta corsa avevamo individuato quattro alfieri diversi, uno a testa, e ci sentivamo di aver già il relativo punto in tasca. Nella settima, quella che avrebbe potuto sancire il trionfo, io avevo deciso di seguire il poeta Robert Frost, citato nell’Attimo Fuggente: “Due strade trovai nel bosco e io, io scelsi quella meno battuta”. Traslando il concetto all’ippica, si trattava di scartare l’evidente favorito Golden Merlin, il che optai per fare, comunicando dopo essermi schiarito la gola il nome da me prescelto. I ragazzi la presero bene. «Hai fumato della roba pesante» fu il commento più cortese. In realtà, più che Robert Frost o i paradisi artificiali, avevo seguito l’istinto, e la mia scelta si era appuntata su un cavallo che non vinceva una corsa dall’aprile dell’anno prima, tale Gone Away. Aveva corso a Roma giusto otto giorni prima, terminando quarto; però, almeno secondo me, aveva affrontato cavalli superiori a quelli della circostanza che ci premeva, oltretutto trovando negli ultimi cento metri un’ingambata terrificante che lo aveva visto passare il traguardo a velocità doppia rispetto agli altri, ma troppo tardi per superarli tutti.

Il tempo di compilare con la dedizione di amanuensi medievali le quattro schedine ricevute, di infilarle recitando formule propiziatorie nel dado-salvadanaio di plexiglass piazzato al posto di un vaso di gerani, ed eravamo pronti alla battaglia. Le gambe, peraltro, le dovevano muovere i nostri sette eroi, e l’ora della verità, cioè della prima corsa, era ormai arrivata. Nelle nostre teste, una campana batté le 13:30, e Piero Celli, dagli altoparlanti, fece risuonare il suo barbarico “partiti!”, mentre il mio cuore perdeva un primo battito quando Helianthus, il nostro prescelto – che avevano peraltro giocato tutti da Vipiteno a Mazara del Vallo – se ne andò al comando per attaccare la retta finale in posizione d’avanguardia. A 200 metri dal palo d’arrivo il fantino si voltò a cercare avversari che osassero discuterne lo strapotere; non trovandoli, accompagnò a braccia il cavallo verso una vittoria netta quanto agevole, garantendo anche a noi un primo punto e la prima razione di abbracci.

Intorno a noi, si abbracciava l’intero ippodromo.
La cerimonia degli abbracci si ripeté mezz’ora dopo; la seconda corsa aveva infatti visto sfrecciare sul traguardo l’ospite milanese prescelto da un ispirato Massimiliano, e stavolta a festeggiare eravamo in molti, sì, ma non moltissimi. Sfortunatamente, il valoroso, vecchio campione acciaccato che Sergio aveva ritenuto pronto a tornare in auge nella terza corsa confermò solo i termini pari appena spesi sul suo conto (vecchio e acciaccato) smentendo i dispari (valoroso e campione). In lotta con dolori articolari di varia natura, varcò la linea d’arrivo in decima posizione su dieci partenti senza aver messo la testa avanti a un avversario lungo l’intero tragitto. Per fortuna, la corsa fu vinta da un imprevedibile outsider, e quindi ci facemmo coraggio: siamo a due punti su tre, ma è difficile che qualcuno ci stia davanti; al massimo, pari.

Poco prima della quarta corsa ci aggiravamo circospetti come agenti del KGB tra le lavagne dei bookmaker, cercando di capire se l’inesplicabile raid di scommesse della volta precedente sul “nostro” cavallo sarebbe stata ripetuta nell’occasione. Aperto stavolta dagli allibratori alla quota prudenziale di 3 contro 1, il quadrupede non raccolse simpatie particolari, lasciandoci alle prese con un misto di perplessità e pessimismo. «Non l’ha giocato nessuno, ragazzi» dissi. «La volta scorsa l’hanno giocato tutti, ma non ha combinato nulla» rispose Sergio. «E quindi?» fece Massi. «E quindi boh» concluse Antonio. Ma intanto, la corsa era partita. Ci arrampicammo rapidi in tribuna, binocoli alla mano, mentre la prova si dipanava; e per poco non precipitammo di sotto dall’impeto quando ai 150 metri conclusivi il fantino del “nostro” animale non chiese permesso alla linea dei battistrada, scattando fulmineo e piantandoli in asso a lottare per il secondo posto. Un braccio alzato da parte del vittorioso jockey sul traguardo, due braccia alzate dell’allenatore del cavallo in sorniona attesa del trionfo, otto braccia alzate nel nostro gruppetto, gesto che ci vide in perfetta simultanea, condito da urla potenti, sguardi invasati e vocalizzi scimmieschi. Tre punti su quattro erano in tasca, e il bello – cioè lo squadrone di alfieri della corsa impossibile – doveva ancora venire.

La quinta corsa, che doveva garantirci il punto meno tribolato, ci vide allineati e tracotanti in tribuna con l’espressione di chi attende solo di ricevere il premio. Guernica, favorita – nostra e di mezzo ippodromo – perse di strettissima misura dal suo unico possibile rivale; Massi prese a masticare la sigaretta che gli pendeva spenta dalle labbra anziché accenderla. A giudicare dal volume delle grida di giubilo attorno a noi, doveva essere “girata” sul conto del vincitore una voce che, evidentemente, non avevamo intercettato. Pazienza. Eravamo a tre punti su cinque, e la corsa successiva, la sesta, era quella in cui avevamo quattro cavalli da tifare, non uno: la genialata del giorno. Mentre ci appressavamo al tondino per osservare le nostre quattro selezioni equine, dai nomi sonori di Asmara, Reshamiya, Dulcinea e Black Power, l’altoparlante dell’ippodromo annunciò che il concorso aveva avuto un grande successo, e che dopo la sesta e penultima corsa sarebbe stata comunicata la classifica parziale.

La corsa fu un calvario per tutti e quattro i cavalli prescelti, e per noi in particolare; due non entrarono mai in competizione, Reshamiya restò intruppata nel gruppo, Black Power tentò effimera sortita ai 400 finali ma si era già disattivato ai 300. «Addio sogni di gloria» dichiarò pomposo qualcuno di noi. «Torniamo alla macchina» azzardai io dal fondo della delusione. «Attenzione» disse uno dall’altoparlante. E proseguì. «Comunichiamo la situazione del concorso». «Sentiamo, statevi zitti un attimo» ammonì Antonio. «Dopo la sesta corsa registriamo un solo scommettitore con punti quattro, e ventuno scommettitori con punti tre» informò lo speaker. A quel punto, avvertimmo il flusso della folla dei delusi prendere la via dell’uscita, mentre noi ci prendevamo il tempo per riflettere. Eravamo tutti a tre punti, quindi nel plotone dei secondi in classifica, a un punto dal leader solitario, e con un cavallo inconcepibile, Gone Away, come scelta nella corsa finale: un ronzino che questo maledetto spettatore con quattro punti non poteva in alcun modo aver segnato sulla sua cartolina.

Nella follia della scelta stava la nostra unica chance di trionfo. «Ragazzi, ragioniamo» osai dire. «Gone Away non vincerà la corsa. Ma se Gone Away per caso vince la corsa, noi andiamo tutti a quattro punti; ora, nessuno degli altri a tre come noi può averlo rischiato contro Golden Merlin, e quindi a quattro ci saliamo probabilmente solo noi, più quello che già ci sta, e che ci rimarrà. Saremo un totale di cinque vincitori. Ma se arriviamo primi tutti alla pari a quota quattro, che succede?». «Beh, una cosa bella» mi rispose Sergio. «Dividiamo il jackpot: 13 milioni a lui, 13 a cranio a noi». E Massi: «Mica male. Però Gone Away deve vincere. È una parola». Li guardai. «Posso farvi una proposta? Solo se non mi guardate male». «Spara» disse Antonio. Gli altri due misero le braccia conserte, come a dire la stessa cosa.

Scesero al tondino i cavalli della prova finale. Il favorito Golden Merlin era, va ammesso, una pittura. Massini, Townrazer, Zero Fahrenheit e Reginella, anche loro presentati in grande spolvero dal lato fisico, ispiravano molta più fiducia di Gone Away, un proporzionato ma anonimo baio che passeggiava rassegnato al suo mestiere con lo sguardo fisso a terra. A guardare il totalizzatore delle scommesse, il nostro pupillo era il penultimo cavallo del campo, praticamente privo di possibilità di vittoria. Stante l’ormai avvenuta diaspora dall’ippodromo per evitare il traffico del tardo pomeriggio, e il conseguente allentamento della sorveglianza, scendemmo fischiettando nel prato in mezzo al tondino di presentazione, zona riservata dove non avremmo avuto titolo per sostare.

L’allenatore di Gone Away, Bachisio Piras, era a pochi metri da noi e stava dando istruzioni al fantino, con britannica compostezza; o forse anche lui non vedeva l’ora che la giornata finisse. Ci avvicinammo sorridendo. Presi un bel respiro, raccolsi lo sguardo incoraggiante dei miei amici e interruppi la comunicazione della strategia di gara. «Buonasera, signori, perdonate il disturbo in un momento un po’ così. Posso rubarvi un minuto?» Il fantino tacque. Piras tagliò corto: «Mezzo minuto, che è già iniziato». E io di rimando, parlando veloce: «Se il cavallo vince prendiamo quattro quinti del jackpot del concorso, cioè 53 milioni. La mia proposta è: facciamo a metà. Ce ne sono 26 e mezzo per lei se Gone Away batte questi poveri somari, non deve fare altro che arrivargli davanti. Lei ed io sappiamo che è perfettamente in grado. Ho finito. Ci ho messo venti secondi. Che ne dice?».
Ci guardò stupefatto, squadrandoci tutti in sequenza con studiata lentezza; non era alterato, non era sorpreso, non scandalizzato: era stupefatto. Ci pensò ancora un attimo e poi, scandendo le parole, disse: «Grazie. È una buona proposta. Io però non faccio di queste cose. Arrivederci».

Con la coda tra le gambe, tornammo in fila indiana alle scalette che riportavano in mezzo allo scarso pubblico. Imbruniva; ci voltammo un’ultima volta verso i cavalli, su cui i fantini iniziavano a montare per condurli in pista. Al centro del tondino, però, notammo qualcosa: l’atteggiamento dell’irreprensibile trainer era cambiato. Continuava a parlare con il fantino, ma gesticolando, fissandolo negli occhi, cingendogli le spalle e passeggiando in circolo. A rompere il ghiaccio fu Antonio. «Ma non ho capito. Ci sta o non ci sta?». «Secondo me sì: vince e poi ce li viene a chiedere» rispose Sergio. «Mi pare abbia detto con eleganza di andarcene a quel paese» dissi io. «Ha ragione Sergio» opinò Massimiliano. «Per me stanno cambiando strategia. Ma quanto ci rimane in tasca, se vince?» E Antonio: «A testa, la metà di un quarto di… quattro quinti di… 66 milioni. Cioè, fammi fare il conto… Ecco, 6 milioni e 600 mila lire cadauno». «Buttali via».

Sguainammo i binocoli dalla nostra postazione in tribuna. La corsa partì. Accadde ciò che non era stato previsto: Gone Away andò deciso al comando, cosa che non gli avevo mai visto fare, imponendo alla corsa un’andatura brillantissima. Gli avversari faticavano a stargli dietro, e già Tambrina e Silver King, a metà corsa, erano ormai irrimediabilmente staccati in fondo. Gone Away, a testa alta e tirando come un pazzo, completò la curva e si presentò volando all’ingresso in dirittura d’arrivo con almeno quindici metri di vantaggio sugli altri, che arrancavano disperatamente; il favorito Golden Merlin, che se l’era presa comoda, ora aveva in sella più un rematore che un fantino; mulinava le braccia nel tentativo di recuperare il vantaggio lasciato in modo imprudente a un avversario più forte del previsto. Gone Away passò il cartello a forma di triangolo che segnalava i 200 metri alla conclusione; la fatica iniziava a farsi sentire, ma il suo galoppo era ancora fluido, più di quanto non fossero il nostro ritmo cardiaco accelerato e quello respiratorio, del tutto fermo.

Mancava pochissimo; al fantino di Golden Merlin non rimase che cavare il frustino e tirare una paurosa scudisciata sul sederone della sua cavalcatura. Mi parve di sentire io il dolore; il colpo ebbe purtroppo sul favorito l’effetto di un elettroshock, e Merlin rispose scattando come una molla; il povero Gone Away andava ancora del suo, era l’altro che ora sembrava una valchiria inferocita pronto a ghermirlo. Chiusi gli occhi più o meno ai 30 metri finali. Li riaprii dieci secondi dopo. La corsa era finita. Il fantino di Golden Merlin aveva il braccio sinistro alzato, in segno di vittoria. L’ippodromo era in festa. Io non riuscivo a staccare il binocolo dagli occhi, anche se la cosa che volevo guardare, cioè i miei tre compagni di sventura, erano a mezzo metro da me. Mi girai nella loro direzione col binocolo sugli occhi.

Scendemmo mogi al dissellaggio, appoggiandoci alla balaustra di ferro. Lontano da dove eravamo, Gone Away venne liberato della bardatura di gara e sparì verso le scuderie per il meritato riposo. Di Piras, nessuna traccia. Il giovane fantino ci passò davanti, lanciando nella nostra generica direzione uno sguardo che significava “Io ce l’ho messa tutta”, e a sua volta scomparve nel tunnel verso la procedura del peso. L’altoparlante congratulava con voce festosa il solitario vincitore di 66 milioni con punti cinque.
Non c’era altro da fare lì, e il buio era ormai totale. Tornammo alla macchina, isolata nel parcheggio pressoché deserto.

Il primo a parlare fu Sergio. Dopo la sua frase ci girammo tutti verso di lui, senza dire una parola e senza muovere un muscolo facciale; seguì almeno un’ora di assorto silenzio.
La frase, pronunciata ridendo, era: «Scusate se vi distolgo, ma io alla fine non ho capito una cosa. Ma noi abbiamo truccato una corsa, o no?».

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