Palato – finale di partita

storie impreviste

Seconda e ultima parte dell’intrigante racconto Palato di Roald Dahl. Tratto da Storie impreviste (The tales of the unexpected, 1979), è nella traduzione dell’edizione italiana, per i tipi di Tea. Il finale suggerisce un metodo molto valido se si vuole fare bella figura in una degustazione alla cieca.

arabesco calligrafico

Senza perder tempo, Mike prese il vino, ne versò pochissimo nel proprio bicchiere, quindi, tutto eccitato, fece il giro della tavola per riempire i bicchieri degli altri. Ora gli occhi di tutti erano rivolti verso Richard Pratt, ne studiavano il viso mentre lui allungava la mano verso il bicchiere e se l’accostava al naso. Aveva una cinquantina d’anni, Pratt, e non aveva affatto una bella faccia. In un certo senso, era tutta bocca, bocca e labbra: le labbra tumide e umide del buongustaio di professione, con quello inferiore sporgente verso il basso al centro, il labbro pendolo ed eternamente aperto di chi non fa che assaggiare e gustare, addirittura la forma adatta per accogliere il bordo d’un bicchiere o un intero boccone. Un buco di serratura, mi venne fatto di pensare osservando quelle labbra: quella bocca è un grosso buco di serratura bagnato.

Con un gesto lentissimo, accostò il bicchiere al naso. La punta di questo v’entrò dentro e quasi rasentò la superficie del vino, annusando con grande delicatezza. Agitò il bicchiere con garbo, facendo ruotare il vino contro le pareti per coglierne il profumo. La sua concentrazione era intensa. Teneva gli occhi chiusi e, a quel punto, tutta la parte superiore del corpo, testa, collo e petto, sembrava trasformata in una specie di grossa, sensibile macchina fiutante che riceveva, filtrava e analizzava il messaggio trasmesso dal naso annusante.

Dal canto suo, notai, Mike stava seduto tutto rilassato, apparentemente disinteressato; ma non perdeva una sola mossa dell’altro. Mrs Schofield, la moglie, sedeva tutta tesa ed eretta all’altro capo del tavolo, con una smorfia di disapprovazione sul viso; la figlia invece, Louise, aveva spostato un po’ la sedia e, girata a metà, stava di fronte al buongustaio di cui, come il padre, non perdeva una sola mossa.
Quella faccenda, quel processo della valutazione del profumo, del bouquet del vino, andò avanti per almeno un minuto dopodiché, senza aprire gli occhi né muovere la testa, Pratt abbassò il bicchiere e lo portò alle labbra, tra le quali fece scorrere quasi metà del suo contenuto. Poi si fermò, la bocca piena di vino, per afferrare il primo sapore. Quindi lasciò che almeno una parte gli scorresse giù in gola: vidi il pomo d’Adamo alzarsi e abbassarsi mentre quello scorreva. La maggior parte però gli rimase in bocca. Poi, senza più deglutire, ritrasse le labbra e inspirò leggerissimamente mescolando l’aria ai vapori del vino che aveva in bocca e filtrandola oltre, fino ai polmoni. Trattenne il fiato, espirò dal naso e alla fine si fece passare il vino sotto la lingua e lo masticò, lo masticò letteralmente coi denti, come se fosse pane.

Un’esibizione solenne, tranquilla e, devo dire, bene eseguita.
«Em», fece alla fine, mettendo giù il bicchiere e passandosi una lingua rosea sulle labbra. «Em… sì. Un vino davvero interessante: gentile e grazioso, con un retrogusto quasi femminile.»
Aveva un eccesso di saliva in bocca e, parlando, sputacchiò in direzione della tavola.
«Ora possiamo procedere per eliminazione», disse. «E mi scuserai se procedo con alquanta cautela, ma la posta è grossa. Di solito io corro anche qualche rischio, saltando lesto e atterrando al centro del vigneto sul quale è caduta la mia scelta. Questa volta invece… questa volta devo procedere con cautela, non trovi?» Guardò Mike e sorrise, un sorriso a labbra strette e umide. Che Mike non restituì.
«Per prima cosa, dunque, a quale zona del bordolese appartiene questo vino? Non è molto difficile da stabilire. È di corpo troppo leggero per essere un St Emilion oppure un Graves. È chiaramente un Médoc. Su questo, nessun dubbio.

«Ora… da quale comune del Médoc proviene? Anche questo, per eliminazione, non dovrebbe essere difficile stabilirlo. Margaux? No. Non può essere un Margaux. Pauillac? Neppure un Pauillac. È troppo delicato, troppo gentile e troppo arrendevole per essere un Pauillac. Il Pauillac ha un carattere pressoché imperioso, un gusto deciso. E inoltre, secondo me, ha una certa consistenza, uno strano sapore aggressivo, brusco, che il vitigno trae dal suolo di quella zona. No, no, questo… questo è un vino molto fine, schivo, timido, al primo assaggio; e al secondo viene fuori con grazia ma decisa franchezza. Un tantinello malizioso, forse, al secondo assaggio, direi quasi birichino, che inganna la lingua con una traccia, una traccia appena, di tannino. Ma, al retrogusto, delizioso, consolante e femminile, con una certa qualità gioiosamente generosa che in genere si è portati ad associare ai vini del comune di St Julien. Inconfondibilmente, questo è un St Julien.»

Si sporse in avanti sulla sedia, si portò le mani all’altezza del petto e incrociò con cura la punta appena delle dita. Stava diventando ridicolmente pomposo, ma giudicai che ciò fosse in parte deliberato, unicamente per prendere in giro il padrone di casa. Scoprii che anch’io ero tutto teso ad aspettare che continuasse. Louise, lei stava accendendo una sigaretta in quel momento. Pratt sentì lo strofinio del fiammifero e si girò verso di lei, rosso, di colpo, di autentica rabbia.
«Per cortesia!» disse. «Per cortesia non fumi. Fumare a tavola è un’abitudine disgustosa!»
La ragazza lo guardò, ancora stringendo tra le dita il fiammifero acceso, i grossi occhi rivolti a quel viso, sul quale si fermarono un attimo per poi distogliersi, lenti e sprezzanti. Chinò il capo, soffiò sul fiammifero ma continuò a stringere la sigaretta spenta tra le dita.

«Mi dispiace, mia cara», disse Pratt, «ma proprio non sopporto il fumo a tavola.»
Lei non lo guardò più.
«Ora, vediamo un po’… dove eravamo rimasti?» riprese Pratt. «Ah, sì. Questo è un bordeaux, del comune di St Julien, nel Médoc. Benissimo. Ora però veniamo alla parte più difficile: il nome del vigneto da cui proviene questo vino. Perché nel comune di St Julien i vigneti sono molti e, come ha giustamente fatto osservare il nostro padrone di casa, spesso non c’è gran differenza tra il vino di uno e il vino di un altro. Vediamo, comunque.»
Fece un’altra pausa. Chiuse gli occhi. «Sto cercando di stabilirne il ‘cru’», disse poi. «Se riesco a stabilirlo, mezza battaglia è vinta. Vediamo un po’. Chiaramente questo non è un premier cru… e neppure un deuxième. Non è un grande vino. La qualità, lo… lo., come si chiama?… lo splendore, il corpo, mancano. Un troisième però… potrebbe esserlo. E tuttavia dubito. Sappiamo che è una buona annata, l’ha detto il nostro padrone di casa, e probabilmente questo lo esalta un po’. Devo andar cauto. Molto cauto.»

Sollevò il bicchiere e bevve un altro piccolo sorso.
«Sì», disse, leccandosi le labbra, «avevo ragione. È un quatrième cru. Ora ne sono sicuro. Un quatrième cru d’un ottimo anno… in verità, d’una grande annata. Per questo per un attimo m’è sembrato un troisième… addirittura un deuxième cru. Bene. Tanto meglio. Stiamo arrivando alla conclusione. Quali sono i St Julien quatrièmes crus?»
Fece un’altra pausa, sollevò il bicchiere e ne tenne il bordo contro quel suo labbro inferiore pendulo e floscio. Quindi vidi la lingua schizzar fuori, rosea e marrone, e la sua punta immergersi nel vino per ritrarsi subito dopo: una vista sgradevole. Quando abbassò il bicchiere aveva ancora gli occhi chiusi e un’espressione concentrata; muoveva solo le labbra, che strofinavano l’una sull’altra come due pezzi di spugnosa gomma bagnata.

«Eccolo di nuovo!» esclamò. «Quel gusto tannico e quella sensazione astringente sulla lingua. Sì, sì, naturalmente! Ci sono. Si tratta di uno di quei piccoli vigneti intorno a Beychevelle. Ora ricordo. La zona di Beychevelle, col fiume e il porticciuolo che s’è interrato così che le navi del vino non possono più adoperarlo. Beychevelle… Non potrebbe trattarsi in verità proprio dello Château Beychevelle? No, non credo. Non esattamente. Ma dev’essere uno château molto vicino. Château Talbot? Possibile che sia un Talbot? Sì, è possibile. Un momento!»

Bevve un altro sorso e io, con la coda dell’occhio, guardai verso Mike Schofield e notai che era tutto sporto in avanti sul tavolo, con la bocca socchiusa e gli occhietti fissi su Richard Pratt.
«No. Mi sono sbagliato. Non è un Talbot. Un Talbot si presenta più rapidamente di questo qui, è più fruttato. Se è un 34, e credo che lo sia, allora non può essere un Talbot. Bene, bene. Fatemi pensare. Non è un Beychevelle e non è un Talbot, e tuttavia… e tuttavia è così vicino ai due, così vicino che il vigneto da cui proviene dev’essere in mezzo ai due. Ora, cosa potrà essere?»
Esitò e noi rimanemmo in attesa, guardando la sua faccia. Tutti, anche la moglie di Mike, lo guardavano ora. Sentii che la cameriera metteva giù l’insalatiera sulla credenza alle mie spalle, la metteva giù piano piano, per non rompere il silenzio.

«Ah!» esclamò Pratt alla fine. «Ci sono! Sì, credo che ci sono!»
Per l’ultima volta bevve un altro sorso di vino poi, sempre tenendo il bicchiere davanti alla bocca, si girò verso Mike e gli sorrise, un sorriso untuoso, lento; dopodiché disse: «Sai che vino è? È un piccolo Château Branaire-Ducru».
Mike rimase fermo immobile.
«E l’anno è il 1934.»
Guardammo tutti Mike, aspettandoci che ora girasse la bottiglia nei cestello e mostrasse l’etichetta. «È questa la tua risposta definitiva?» chiese.
«Sì, credo di sì.»
«Bene, lo è o no?»
«Sì, lo è.»
«Ripeti il nome.»
«Château Branaire-Ducru. Un vigneto molto piccolo. Un grazioso château molto antico. Lo conosco benissimo. Non capisco perché non l’abbia riconosciuto immediatamente.»
«Avanti, papà», disse la figlia. «Girala e facci vedere l’etichetta. Voglio le mie due case.»
«Un momento», disse Mike. «Un momento.» Sembrava molto calmo, con un’aria magari un po’ stupita, forse un po’ gonfio e pallido in viso, come se le forze gli stessero venendo meno.
«Michael!» esclamò la moglie, brusca, dall’altro capo del tavolo. «Cosa succede?»
«Non intrometterti, Margaret, per piacere.»
Richard Pratt stava guardando Mike, col sorriso sulle labbra e una viva luce negli occhi. Mike invece non guardava nessuno.
«Papà!» esclamò la figlia, tesissima. «Ma papà, non vorrai mica dire che ha indovinato!»
«Non allarmarti, mia cara. Calma», disse Mike. «Non è il caso di preoccuparsi.»
Credo che fosse più per sottrarsi alla propria famiglia che altro che Mike a quel punto si rivolse a Richard Pratt e disse: «Sai cosa ti dico, Richard? Che è meglio che tu e io ce ne andiamo nella stanza accanto a scambiare quattro chiacchiere».

«Non ho nessuna voglia di chiacchierare», rispose Pratt, «ho solo voglia di vedere l’etichetta di quella bottiglia.»
A questo punto sapeva di aver vinto, aveva tutta l’aria, la calma e l’arroganza del vincitore. E mi sembrava di capire che era prontissimo a incattivirsi di brutto se fossero sorte difficoltà. «Cosa aspetti? Gira quella benedetta bottiglia.»
Poi successe che la cameriera, la figura eretta e minuta nella sua uniforme bianca e nera, s’avvicinò
al fianco di Richard Pratt reggendo qualcosa in mano. «Credo che questi appartengano a lei, signore», disse.

Pratt si girò, vide il paio di occhiali con la montatura d’osso che quella gli stava porgendo e per un attimo esitò. «Davvero? Forse, non so.»
«Sì, signore, sono suoi.» La cameriera era una donna anziana, più vicina ai settanta che ai sessanta, che serviva in quella famiglia da molti anni ormai. Mise gli occhiali sul tavolo accanto a Pratt.
Il quale, senza ringraziarla, li prese e se li cacciò nel taschino di petto, dietro al fazzoletto bianco.
Ma la cameriera non si decideva ad allontanarsi. Gli rimase al fianco, leggermente retrocessa, e c’era qualcosa di così insolito nei suoi modi e in quel suo attardarsi lì, minuta, immobile ed eretta, che mi scoprii a guardarla con una certa apprensione quasi. Su quel viso vecchio e grigio c’era un’espressione gelida, decisa: le labbra strette, il mento in fuori, le mani congiunte sul davanti. La strana cuffietta che aveva in testa e il davanti bianco smagliante dell’uniforme la facevano sembrare uno scompigliato uccellino dal petto bianco.

«Li ha dimenticati nello studio di Mr Schofield», disse. Aveva un tono volutamente garbato, innaturale quasi. «Sopra lo schedario verde nello studio, signore, quando è entrato lì dentro prima di pranzo.»
Ci volle qualche secondo perché il senso di quelle parole fosse del tutto chiaro e, nel silenzio che seguì, m’accorsi che Mike stava lentamente alzandosi dalla sedia, col viso che riprendeva colorito, gli occhi ormai spalancati, la piega della bocca e la piccola e minacciosa chiazza bianca che cominciava a espandersi tutt’intorno alle narici.
«Michael! Su, Michael!» esclamò la moglie. «Non perdere la calma, Michael, mio caro! Non perdere la calma!»

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4 commenti to “Palato – finale di partita”

  1. Ah, le preziose cameriere di una volta!
    Sono riuscita a leggere vincendo la tentazione di sbirciare come andava a finire, Grazie per l’intrattenimento.

  2. Io purtroppo lo avevo già letto qualche anno fa, non ricordo più dove, mi pare in inglese.

    Sempre gustoso, comunque.

  3. Molto bello e interessante.

    Mi pare ci fosse un episodio analogo, magari tratto da questo racconto, nella serie televisiva ‘Alfred Hitchcock presenta’, o analoghi, di qualche anno fa (i.e. qualche decade!): qualcuno ricorda?

    Per analogia di forma, stile, contenuti e ritmo, mi permetto di ricordare il genio letterario di E.A.Poe; per due motivi: il primo è che Poe scrisse di appassionati degustatori di vino ne ‘Il Barile di Amontillado’, di alto tenore alcolico e soprattutto alterato. Il secondo è che la figura dell’investigatore dalle grande abilità analitiche e deduttive è stata inventata da lui con Auguste Dupin: il grande S.Holmes, sopra citato, alla luce dei fatti è figlio suo.

    Forse esagerando, direi quindi che Poe è anche in qualche maniera padre del lungo filone di degustatori/indovini che tuttora danno notevoli prove di capacità deduttive, persino sibilline a volte (mi viene in mente un nome su tutti: Raoul Salama e i suoi famosi ‘giochi di degustazione’, ma ce ne sono ovviamente molti altri). Capacità che evidentemente richiedono grande cultura, esperienza e dote naturale; e un po’ meno l’aiuto degli occhiali.

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