Demolizioni

ANSHELM SCHULZBERG Demolizione del vecchio orfanotrofio 1886

di Armando Castagno

Del filone artistico relativo ai paesaggi urbani in demolizione interessa probabilmente poco, a pochi, ma la tentazione di parlarne è irresistibile: lo faccio, pur non potendone venir fuori che un pezzo, coerentemente, pronto da demolire, da minare e far saltare, da abbattere se del caso con l’esplosivo, con utensile diamantato, il divaricatore, il martello, il piccone, l’acetum romano o l’òxon greco – che per inciso nessuno ha mai capito cosa fossero e come servissero per demolire torri e palazzi.

E dunque, con quanti occhi diversi si può guardare un paesaggio urbano in demolizione, Dio solo lo sa: in pochi mesi ho trovato venticinque dipinti di sedici artisti diversi. Almeno tre di loro hanno messo mano a veri e propri cicli dedicati allo stravagante soggetto. Perciò, comincio a caso e comincio da Afro, l’autore, tra le altre, di quest’opera qui.

AFRO Demolizioni 1939

AFRO (Afro Basaldella, 1912-1976), Demolizioni, 1939

Nel presepe notturno di muraglie abbarbicate, come germinate l’una dall’altra, coagulate tra loro e accese dall’interno come zucche di Halloween da luminarie gialle, si muovono silhouette di personaggi. Anche per via della tavolozza compressa a pochi toni, né del contesto né di cosa accada si capisce un accidente: in alto a sinistra, il ritmo obliquo di una merlatura alla guelfa sormontata da chiome di alberi ad alto fusto staglia al culmine di un’arrampicata impossibile, in cui un arco si alterna a un precipizio, un pennone a un lume di lampione, un’inferriata a una grotta; l’avanzo di castello dà una geometria alla bolgia, alla cui base due figure bisbigliano. Sulla destra, all’altezza del castello spicca il profilo di un edificio curvo come un anfiteatro romano, rinforzato da un altro fabbricato costruitoci sopra, sul tipo di Palazzo Orsini; alcuni gironi più in basso, malsicure scale di legno hanno portato gli operai al loro posto di lavoro, e ora eccoli lì al centro del quadro, uno con l’attrezzo in mano, altri due chini su un masso nel chiarore di lampade elettriche che pare di sentire ronzare.

A quel che verrà realizzato una volta demolito questo pietoso accrocco di fabbricati, nessuno sembra pensare; manca ancora troppa fatica, troppa pietra da cavare, sudore da torchiare, carotaggi, minamenti, crolli controllati, crolli intempestivi, rischi da scampare, vite da mortificare. Afro non lo sa, ma l’assurda tragedia della guerra è ormai per divampare: non si può negare la forza di presagio che hanno certi colori, certi silenzi.
Questa di Afro è ipotesi di minoranza: nel documentare le demolizioni, i pittori italiani del Novecento sembrano avere condiviso piuttosto un atteggiamento di giustificazione, lasciando spesso intendere che il sacrificio delle vecchie case, di quartieri storici sebbene malsani, varrà, sta valendo o è valsa la pena, nel nome della modernità, del progresso, di una funzionalità puntellata dalla retorica. Li tralasciamo in blocco. Solo di rado risuona in qualche piccolo dipinto una lirica rassegnazione, il ricordo dei luoghi passati e la relativa, impotente sospensione del giudizio, gli elementi cioè che colano dai versi ingenui, trincerati dietro il dialetto, dei vecchi poeti di quartiere. Io, Mario Mafai l’ho sempre immaginato come loro, e allora lui non lo tralascio.

MARIO MAFAI Demolizione dei borghi

MARIO MAFAI (1902-1965), Demolizione dei Borghi, 1939

I Borghi, oggi Rione Borgo al singolare, erano le sette strade che partivano a raggiera da Castel Sant’Angelo verso il Vaticano quando ancora non era stata aperta Via della Conciliazione e non ancora tradito il progetto originario di Piazza San Pietro, che doveva aprirsi d’improvviso al viaggiatore, e non ammirarsi, senza sorpresa, da un chilometro di distanza. C’erano il Borgo Angelico, quello Nuovo, quello Vecchio, quello Vittorio, il Borgo Pio, il Borgo Santo Spirito e il Borgo Sant’Angelo; ne rimangono alcuni sui cartelli toponomastici. Era un rione speciale: tra fanghiglia fluviale e umidità vi era rimasta sempre forte l’incidenza della malaria, cosicché la zona fu prescelta già in tempi remoti per ospitare un lazzaretto e un cimitero; c’erano persino professioni tipiche dei “borghiciani”, come quella di cortigiana, oppure di boia: per antica tradizione, i carnefici di Borgo, famosi per espletare la loro macabra pratica con un colpo solo, dovevano restare lì senza attraversare mai il Tevere (“Boja nun passa ponte”).

La “Spina di Borgo”, come noto, fu eliminata tra il 1936 e il 1937 per spalancare il vialone e ostentare la Basilica sin da Castel Sant’Angelo; l’isolato descritto da Mafai due anni dopo, colto nel pieno dello sventramento, non è riconoscibile, né lo è l’ora del giorno. Certo non passa un’anima, mentre la scarsa luce scopre dettagli inattesi, come il colore squillante di almeno quattro stanze denudate dagli abbattimenti, o un rottame di ringhiera arabescato come un pentagramma, coricato di sbieco su un cumulo di macerie e lasciato lì. Alla gente sfollata dalla “Spina di Borgo” venne garantita una casa in un altro mondo, a metà strada tra Roma e il mare, in un quartiere nuovo, lontanissimo, nel verde (rectius: nel nulla), mineralizzato in una sterile serenità, Acilia. Sarà anche al pensiero di costoro che nell’opera Mafai ha già messo, in abbozzo, un tratto che poi riuscirà via via a chiarirsi: la rinuncia alla sacralità del suo mestiere, lo sdegno per la magniloquenza, per l’accademia, per l’enfasi; scelta non conveniente nell’Italia del 1939, ma comune ad altri esponenti della “Scuola Romana” – con accenti diversi: l’impetuosa vampa di ribellione delle tele di Scipione (Gino Bonichi, 1904-1933) si acquieta nella malinconica pennellata di Mafai, e ne deriva la cronaca di un’angoscia signorile, garbata ad onta dei tempi e dei temi.

LUIGI ZAGO Demolizioni a Piazza della Vetra

LUIGI ZAGO (1894-1952), Demolizioni a Piazza della Vetra, 1930

Di buoni pittori di demolizioni ce ne sono altri: il triestino Augusto Cernigoj (1890-1962) è forte debitore di Mafai nella scelta del punto di osservazione ma più freddo e chirurgico; lo svedese Anshelm Schultzberg (1862-1945), firmò uno stupendo capolavoro con la “Demolizione del vecchio orfanotrofio di Stoccolma” (al Nationalmuseum), nitido come uno smalto ma odorante quasi di polvere e sterrato, documento in presa diretta della fine di un’età che non torna, né per la città né per chi l’aveva vissuta, una madeleine di fantasmi e dolore in un lindo abito da “pranzo di Babette”; e l’olandese Johan Jongkind (1819-1891), precursore dell’impressionismo, che era giusto a Parigi negli anni della costruzione dei Boulevards di Napoleone III, in una congerie di cantieri di demolizione; lo si immagina al cavalletto, meticolosamente intento al dato di cronaca nel rappresentare (è al Gemeentemuseum dell’Aja) una scena di abbattimento della vecchia fabbrica di pellami di Rue des Francs-Bourgeois-St. Marcel; anche Parigi, nel quadro, soffoca nel polverone.

L’ultimo pittore di questa strana rassegna è Luigi Zago, nato a Verona e morto in Argentina; portò a termine una piccola serie di quadri sul tema, tra i quali, circa nel 1930, quello sullo smantellamento di Piazza della Vetra a Milano, la piazza del patibolo, il Campo de’ Fiori milanese, il luogo manzoniano della “colonna infame” e del martirio di due poveri cristi fatti confessare a forza – non era vero – di aver propagato la peste. C’era un Naviglio nella piazza (la Vetra, appunto), e vecchie case, cui faceva ombra la basilica di San Lorenzo. Le eliminarono, creando uno spazio ampio a verde pubblico e una quinta di osceni palazzi a cortina con portici di cemento oggi infrequentabili da chi abbia funzionanti la vista e l’olfatto; ora è un’area come tante, dimentica del proprio avventuroso e macabro passato. Aveva ragione Giovanni Raboni a turbarsene; lascio – amo la vita comoda – alla sua ineffabile ispirazione poetica (“Risanamento”, del 1966) il modo di venir fuori da questo modesto inventario, a lui che ha dedicato proprio agli spettri delle “Case della Vetra” – e al significato del demolire, del dimenticare, del dover poi convivere con l’irreparabile – forse la sua raccolta più sentita.

Piazza della Vetra, portici

Portici a Piazza della Vetra, 2010 © Urbanfile

“Di tutto questo
non c’è più niente (o forse qualcosa)
s’indovina, c’è ancora qualche strada
acciottolata a mezzo, un’osteria).
Qui, diceva mio padre, conveniva
venirci col coltello… eh, sì, il Naviglio
è a due passi, la nebbia era più forte
prima che lo coprissero… Ma quello
che hanno fatto, distruggere le case,
distruggere quartieri, qui e altrove,
a cosa serve? Il male non era
lì dentro, nelle scale, nei cortili,
nei ballatoi, lì semmai c’era umido
da prendersi un malanno. Se mio padre
fosse vivo, chiederei anche a lui: ti sembra
che serva? è il modo? A me sembra che il male
non è mai nelle cose, gli direi.”

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4 commenti to “Demolizioni”

  1. Grande densità espressiva e grande brillantezza: da leggere con gli occhiali da sole. Bella, tra le altre, l’espressione “angoscia signorile”, fa pensare alla “quiet desperation” del mitologico The Dark Side of The Moon, del quale ricorre in questi giorni il quarantesimo compleanno.

  2. Pezzo strepitoso.

  3. Di nuovo un bellissimo squarcio pittorico ed alterato. Niente da demolire in questo post, bensì da conservare, per assaporare ad ondate.

  4. Letto di un fiato. Fino a quel giusto “il male non è mai nelle cose”. Chapeau.

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