I vini della festa

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Si chiude un anno durante il quale abbiamo reso pubblici i nostri – a tratti intensissimi – stati di alterazione. Per l’occasione gli accademici più grafomani e in servizio internettiano permanente effettivo suggeriscono qualche vino da stappare per il cenone di Capodanno.
O per qualsiasi altra occasione.

Nota a margine: post festevole in uscita parallela con il blog espressico, Il Vino della festa

Il vino di Giancarlo
Vigna Vecchia – Trebbiano Spoletino della Cantina Colle Capretta
Perché è un vino fresco ma anche sapido, con un tocco di rusticità che ben si abbina con la struttura generosa e non troppo raffinata dell’antipasto “all’italiana”. Va giù tenendo compagnia silenziosa a te e al cibo, senza far rumore.
Ma soprattutto perché mi ricorda il più romantico e divertente pranzo di nozze che io ricordi, quello degli amici fraterni Giampiero e Valentina.

Il vino di Armando
Alto Adige Schiava Gschleier Aus Alten Reben – Cantina Cornaiano
Perché è un vino pieno di cose che amo, tutte insieme: viene da una terra di confine, da un vigneto vecchissimo, da una cantina cooperativa che lavora nel senso dell’autentica nobilitazione del lavoro e del territorio; a tavola, dove lo metti sta; evolve stupendamente; e ha un tono di voce, una sobrietà, un garbo che cari gli costano, quando vengono distribuiti – mai a lui che io sappia – i premi annuali ai vini, ma che ne rendono piacevole, detto con semplicità, l’ascolto. Lo ammiro almeno quanto mi piace berlo, mi piacerebbe averne di più in cantina, e poi l’Alto Adige “fa” molto feste di Natale.

Il vino di Fabio
Montepulciano sfuso Praesidium
Sì, lo so, suona insopportabilmente snob indicare un vino sfuso. E lo sarà pure: amen. In compenso è molto economico e – penso – tuttora in vendita presso il produttore. Bevuto e ribevuto, se la batte quasi ad armi pari con il suo augusto fratello maggiore, il solenne Montepulciano d’Abruzzo Riserva 2007. Se cede quanto a profondità oceanica guadagna in agilità; se ha tannini più rustici ha un frutto più tonico e vitale; se è più corto è più pericolosamente beverino. Non aspettatevi un vino simile a un Cerasuolo: è un robusto Montepulciano a tutti gli effetti, anche nel colore, tra il rubino e la buccia di melanzana. Se volete provarlo in un locale pubblico lo trovate ad esempio nell’ormai pluricitata trattoria Da Cesare a Via del Casaletto in Roma. Ma sbrigatevi. Con gli altri amici, alterati e non, ne stiamo bevendo alcune decine di litri la settimana.

Il vino di Raffaella
Vin Santo del Chianti Classico Rocca di Montegrossi
La mia scelta, dopo lunga ponderazione, si è depositata all’interno dei miei confini regionali, estraendo fra una rosa di finalisti – fra cui spiccava anche quello della mia azienda, che non cito perché questo non è uno sponsor post – il vino che mi sembrava più rappresentativo della categoria “vini dolci che in realtà non sono ‘solo’ dolci, buoni abbastanza per abbinare i dolci e molto di più per accompagnare sapori salati, forti e persino puzzolenti. Neanche 3.000 bottiglie da lt 0,375 prodotte. Il costo è alto, ma per risparmiare potete rinunciare a comprare il dolce e sorseggiare questo vino da solo. Oppure con qualche bocconcino di quel formaggio dimenticato in cantina l’anno scorso, levando la maggior parte degli strati di muffa, lasciandone solo un pizzichino conturbante. Oltre al fatto che è effettivamente un gran bel bere, che lascia la bocca addolcita ma non stuccata, grazie ad una acidità ben equilibrata che mette in riga l’albicocca, la mandorla, i fichi secchi ed il caramello, lo consiglio perché l’ho davvero bevuto e ribevuto. Principalmente durante una sessione degustativa interminabile, a Rio de Janeiro. Il proprietario aveva il banchetto accanto al mio, un bell’uomo elegante e cortese in modo naturale. Pur avendo a disposizione poche mezze bottiglie non si è mai tirato indietro nel farmi assaggiare e ri-assaggiare il vino più di successo di tutta la degustazione.

Il vino di Giampaolo
Moscato d’Asti Bera
Il Moscato d’Asti è un vino democratico senza demagogia, popolare senza populismo: perfetto per il clima elettorale di questo fine anno. Per me, come credo per molti, è stato e resta un vino spensierato, ideale da stappare nelle feste, coi suoi richiami al mosto, i suoi profumi di fiori e di agrumi, la sua cremosità, il finale rinfrescante. Quanto me ne bevo? Se poi la versione è quella dei figli di Vittorio Bera, Gianluigi e Alessandra da Canelli, ecco che il piacere si arricchisce di una frazione di consapevolezza in più e quei pensieri usciti dalla porta rientrano dalla finestra. In termini di preoccupazioni, ci mancherebbe altro: del resto come si fa a non essere preoccupati nel bilancio di annate balorde come questa? Ecco, mentre mi godo il lato spensierato e la bevibilità inarginabile del Moscato d’Asti dei fratelli Bera, mi rattristo pensando che anche loro sono tra le vittime recenti di questo intollerabile attacco al vino naturale, con tanto di sequestro cautelativo e multa astronomica. Tre passi nel delirio. Trovi dei vignaioli consapevoli e critici, che aumentano il lavoro (e i rischi) per ottenere uve più sane e consolidare il progetto di una viticoltura sostenibile, e li punisci. Ma non dovrebbero essere altre le frodi da reprimere? Buon anno.

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4 commenti to “I vini della festa”

  1. Della serie un colpo al cerchio e l’altro alla testa e considerando lo strano ma tutto sommato prevedibile scenario chiesa-montiano che si va profilando, credo che mi orienterò sul vin santo.

  2. Giampaolo un grafomane? Oddio, mi sono forse perso qualche cosa in questi anni? Ma forse è un auspicio del Frizz per il 2013: sarebbe daddovero un regalone per noi lettori alterati leggere più spesso pezzulli graviniani. In ogni caso, buon anno a ciascuno di voi e a chi vi è caro. Falco.

    • Il tutto per una parte, caro Falco, l’opposto di una sineddoche. E anche un augurio, come scrivi, che Jean Paul intervenga qui con una frequenza maggiore (il che vale anco per te, mannage!*). Buon anno.

      * pron. francese mannasc, come ménage

  3. L’Accademia viaggia già che è un piacere, non ha certo bisogno di “portaborracce” affette da doppiofedismo. E poi leggervi è più piacevole che scrivervi. Almeno per me. Auguri e che vinca il migliore.

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